In fondo Marty Supreme è la storia di un bambino capriccioso, che chiede un posto dove dormire, vuole la paghetta da spendere per giocare e scappa dalla madre per giocare ancora. Quando perde scalcia, chiede subito la rivincita perché l’avversario ha barato, a volte si merita pure una bella sculacciata. Quella testardaggine infantile che se applicata allo sport diventa dedizione assoluta e ossessiva, in cui ogni scelta è subordinata al raggiungimento dell’obiettivo: diventare il più forte. La scelta della prima canzone è emblematica: Forever Young. Il film è già tutti lì. Josh Safdie, come suo fratello Benny in The Smashing Machine, sceglie uno sport non-sport, una disciplina ancora in ombra rispetto alle altre (qui il ping pong, lì le arti marziali miste), e che per emergere ha bisogno di uno come Marty Mauser. Un atleta di quelli che “fa notizia” e si lascia andare a battute politicamente scorrette su Auschwitz (anche lui è ebreo quindi può farlo), arringando la folla con giocate inutili ma spettacolari. Timothée Chalamet, del resto, l’ha detto chiaramente durante la premiazione agli Screen Actors Guild Awards: lui vuole essere uno dei grandi, come Michael Jordan, Marlon Brando e Daniel Day-Lewis. La prossima notte dell’Academy potrebbe essere la sua. Josh Safdie ha rispettato l’ambizione dell’attore e gli ha costruito addosso un personaggio frenetico e imbroglione, megalomane e spregiudicato. Come fare altrimenti a prendersi tutto, se non con questi difetti. E come può una parabola del genere esser raccontata senza una principessa da conquistare, quasi fosse un personaggio di una favola Disney d’altri tempi e non il fulcro di una storia targata A24: Gwyneth Paltrow interpreta Kay Stone, icona del cinema degli inizi ma ritirata dalle scene. È sposata con un ricco industriale delle penne, Milton Rockwell, che per Marty è un altro bancomat da sfruttare: sembra farcela, all’inizio, è più giovane e ha ancora i capelli, ma poi il denaro e il bisogno prendono il sopravvento e Marty si trova costretto al compromesso.
Tutto parte da New York, nel 1952: Marty Mauser, che lavora nel negozio dello zio solo per guadagnare abbastanza e partire per Londra, dove si gioca il mondiale, mette incinta Rachel (Odessa A’Zion) e la abbandona alla vita col marito. Ma non le promette fedeltà: il suo sogno è troppo grande, non c’è spazio per lei, e anche quando si ritroveranno la bilancia dei valori pende verso il tavolo da ping pong. In Inghilterra però viene sconfitto da Endo, numero uno del table tennis giapponese, armato di una racchetta innovativa coperta di spugna da un lato, mentre quella impugnata dell’americano è fatta di legno, come da tradizione. Solo per quel trucco, dice Marty, il giapponese ha vinto. Qui sta la contraddizione dell’eroe, intollerante alle menzogne altrui ma allo stesso tempo gran bugiardo. Imbroglia persino il suo amico Wally (Tyler The Creator). Come un bambino, appunto. Fedele solo a sé stesso e al suo sogno. Tenta anche di diventare il primo player brandizzato del circuito con palline arancioni e custodie personalizzate. Tutto buono per la campagna pubblicitaria del film, costruita proprio su quel colore.
C’è molto da fare al montaggio per Ronald Bronstein, co-montatore e co-sceneggiatore (insieme a Safdie), costretto a seguire le corse di Marty, che sale e scende le scale dei palazzi di New York, analoghe degli alti e bassi della sua carriera da giocatore. La grande chance di rivincita è il Mondiale di Tokyo, casa della nemesi Endo. Ma il nostro non ha i soldi, l’opportunità gliela dà un gangster interpretato da Abel Ferrara, ma anche quella strada è complicata, dunque torna da Rockwell e Kay per un passaggio verso il Giappone e l’appuntamento col destino. Lo scalino decisivo verso la grandezza. Marty Reisman poteva scegliere una vita piccolo borghese, lavorare nel negozio di scarpe dello zio e stare a casa con sua madre. Ha scelto la via più difficile di chi vuole restare giovane per sempre. Come fosse il capriccio di un bambino bugiardo. Josh Safdie fa un regalo a noi e a Chalamet (che in quanto attore è bugiardo per definizione): anche per lui il posto a fianco dei più grandi, ora, è a portata di mano.