Il dibattito forse
Si può dibattere su Buen Camino e su Checco Zalone. Su Dagospia dicono di no, però Marco Giusti e Dago dibattono: Dago dice che è un film comunista, Marco (grazie per The Lowdown, vedrò di scriverne) dice che è cattocomunista. Per cui che ca**o me ne fotte, dibatto anche io. Per cui prendiamo i due campioni d’incasso degli ultimi tempi: Checco Zalone e Angelo Duro. Sono davvero gli eredi della commedia all’italiana, sono davvero gli epigoni di Alberto Sordi, di Totò, dei Fratelli Vanzina? No, non lo sono.
Lo stile e la distanza, da Derrida a Checco Zalone
Totò e Alberto Sordi erano agli antipodi per come trattavano gli italiani (che popolaccio): Totò era la maschera che li sfotteva, Sordi li incarnava caricaturizzandoli. Ma entrambi “mostravano” l’italiano (da “mostrare”, far vedere il mostro), ossia utilizzavano una cattiveria che non vedo in Checco Zalone e manco in Angelo Duro (chi dice che Angelo Duro è “cattivo” non ha capito nulla). Totò e Alberto Sordi avevano la distanza, che è la base di ogni ironia e di ogni satira. Adesso non starò qui a spiegarvi il concetto di “distanza”, vi rimando a Jacques Derrida. Ma senza la distanza non esiste satira e non esiste critica. I cinepanettoni dei Vanzina erano capolavori di “distanza”, così come lo era la trasmissione Stracult del grande Marco Giusti. Checco Zalone e Angelo Duro hanno la distanza? A me sembra di no, anzi mi sembra che la loro comicità si basi sull’ammiccamento. Sapete chi mi ricordano, al limite? Raimondo Vianello. Ma Vianello aveva il coraggio di portare al limite estremo la cattiveria, fino al punto di ribaltarla.
Scusi, il verme dov'è?
Direte: ma Angelo Duro non lo fa? Per nulla. Angelo Duro si muove nell’ambito del già visto, del già sentito: io conosco centinaia di Angelo Duro. E la Commedia non deve fare questo: deve avere una marcia in più (la caricatura) che, in buona sostanza, mi sveli il verme. Checco Zalone e Angelo Duro non mi svelano il verme, me lo rappresentano uguale per com’è: cosa che già sappiamo. Non esiste, insomma, in Checco Zalone e in Angelo Duro quell’“in più” (come c’è, ad esempio, in Ricky Gervais) che ribalta la situazione (c’era invece nei Vanzina).
Tutto, ma non la sincerità
Ho come l’impressione, insomma – e se andate al cinema a vedere Checco Zalone e fate attenzione alle battute che davvero fanno ridere il pubblico – che vi sia una sorta di complicità, una sorta di “in fondo gli italiani siamo fatti così, lo so io, lo sapete voi, ci impediscono di dirlo e io lo dico”. Fa così Zalone, fa così Duro. Non hanno nessuna distanza, hanno semmai “sincerità”. Ma la sincerità non serve a nulla. Lo sappiamo come sono fatti gli italiani, e la risata che nasce da Zalone o da Duro è la risata liberatoria di chi dice: “Ma sì, sono fatto così, finalmente c’è qualcuno che lo dice!”, non la risata che nasce dal riconoscimento di un atteggiamento ridicolo, come in Sordi o in Totò (e nell’ultimo commediografo “all’italiana”, ossia Carlo Verdone).
La dittatura del letame
Checco Zalone e Angelo Duro fanno ridere per complicità. Sì, incassano. Ma sai che c’è? La dittatura della maggioranza ha rotto le balle. Che incassino. Ma non è commedia all’italiana. Sapete cos’è? È Donald Trump che posta il video di lui in aereo che butta letame contro i manifestanti del No Kings Day. Checco Zalone e Angelo Duro sono trumpiani.