Greta Scarano ha vinto. Il nuovo cinema italiano pure. La vita da grandi, il film esordio alla regia dell’attrice romana - che avevamo intervistato "un giorno a Roma" - si è aggiudicato l'European Young Audience Award, il riconoscimento per i film europei destinati soprattutto a un pubblico di ragazzi. La vita da grandi (qui avevamo intervistato l’attore protagonista Yuri Tuci) che aveva convinto sin da subito la critica, ora ha un altro premio (dopo il Nastro d’argento per il migliore esordio) tra le mani. Il film è ispirato al libro autobiografico Mia sorella mi rompe le balle. Una storia di autismo normale dei fratelli Damiano e Margherita Tercon. Ne La vita da grandi conosciamo Irene (Matilda De Angelis), il suo rapporto con la creatività, la famiglia e Omar, il fratello maggiore autistico che vuole diventare un rapper famoso. Lei che per un po’ torna a casa, a Rimini, lui che cerca di spiegarle il suo sogno. Lei che ha paura, lui che non teme niente. Un’opera prima delicata e profonda, uno sguardo, quello di Greta Scarano, sensibile e attento. Un po’ come i personaggi femminili che ha interpretato negli anni. La linea verticale, In Treatment. E poi Supereroi. Tempo dopo sarà Teresa Capogrossi nella miniserie Circeo. Scarano che sul piccolo e grande schermo ha sempre saputo essere diversa e intensa. La stessa che al Corriere, in questi giorni, in un’intervista a Valerio Cappelli ha detto che agli Efa si è sentita un po' un’outsider. “Quando hanno detto Siblings, il titolo in inglese, mi è preso un colpo, non me l’aspettavo, già la candidatura era stata una cosa enorme”. Scarano che suona la batteria, che ha veramente fatto un film per le persone, per gli altri, lei, attrice che approda alla regia, una sfida già difficilissima in partenza. E la speranza, la nostra, che La vita da grandi venga visto anche oggi, anche stasera, da chi ha voglia di credere in qualcosa. E così tornare a emozionarsi.
Un premio, quello degli Efa, che dice di noi un sacco di cose. Tipo che il nuovo cinema italiano non stava così bene da tempo (a Berlino è stata premiata anche Alice Rohrwacher con l'European Achievement in World Cinema). Perché ha vinto Greta Scarano ma è come se avessimo vinto tutti. Solo quest’anno in programmazione Le città di pianura, opera seconda di Francesco Sossai (ora finalmente in streaming su MUBI), a Venezia c'erano Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli e Un anno di scuola di Laura Samani, La valle dei sorrisi e il mondo di Paolo Strippoli, ancora Testa o croce? di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi. Idee completamente diverse le une dalle altre, alcuni film riusciti, altri decisamente meno, e la solita questione del pubblico che è sempre troppo, troppo poco. Ma il punto è che il livello generale, la qualità è alta, altissima, come forse non lo era da tempo. E che siamo tornati a parlare di cinema emergente, senza accorgercene. A nutrire i discorsi con le immagini che abbiamo visto, ad avere speranza per il futuro, chiedendoci anche cosa fare, come fare, affinché queste storie non siano il segreto di pochi, ma diventino patrimonio di molti. E oltre ai titoli qui sopra, altri nomi e cognomi dimenticati per errore mentre si scrive. Di fretta, di corsa, come l’anno passato, grazie al nostro nuovo cinema, meravigliosamente, in sala.