Il cinema che parla di cinema nasconde un segreto. Un segreto che si rassomiglia. Perché un film che parla di un regista che intende fare un film, parla di una scelta dovuta a qualche cosa. Una figlia che intende togliersi la vita riguarda una scelta dovuta a qualche cosa. Un padre che abbandona la propria famiglia è una storia che parla di una scelta dovuta a qualche cosa. Perché c’è qualche cosa, in ogni cosa, che si rassomiglia, che vi soggiace e vi riecheggia fra le stanze famigliari di un tempo andato, o che deve ancora venire. C’è qualche cosa che rincorre sé stesso, che richiama sé stesso, che cita sé stesso, che prende ad esempio sé stesso, credendo di essere altro, di non farne parte. Sono le grosse catene dell’essere che Joachim Trier racconta nel suo ultimo film “A Sentimental Value” (in Italia distribuito da Lucky Red), un Otto e Mezzo norvegese candidato agli Oscar 2026, un Otto e Mezzo che pare scritto da Borges, un Otto e Mezzo sottosopra, come è da intendersi il tempo, sottosopra, quando scorre sotto il cielo sgualcito della Norvegia, un luogo dove non è mai del tutto giorno, dove non è mai del tutto notte, dove i ricordi di più generazioni si accavallano, si sovrappongono come la schiuma delle onde custodite tutte in una stessa eterna casa del tempo. La casa in cui è nata e cresciuta la protagonista Nora Borg, (Renate Reinsve) insieme a sua sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), dove è nato è cresciuto suo padre Gustav (Stellan Skarsgård) insieme a sua madre, che si tolse la vita dietro ad una porta che per tutto il film rimane socchiusa. Attraverso di essa si intravvede il passato, il presente, il futuro, ovvero il figlio di Agnes, che secondo Gustav, in un passaggio molto toccante, “custodisce un segreto”. Il tempo che Trier racconta custodisce un segreto che si nasconde dietro all’unica domanda: perché?
Semplicemente perché, forse senza un perché, ma domandarsi perché è come spalancare quella porta e scoprire che dietro non vi è la morte, ma l’infinito, un infinito simmetrico come la storia messa in scena da Trier insieme al suo sceneggiatore Eskil Vogt. In ogni dialogo, ogni passaggio della sceneggiatura si nascondono infiniti significati, metafore, analogie, sfumature. Viene il sospetto che sia stata scritta da un Dio perché sin dall’inizio, a partire dalle prime inquadrature, dalle prime note dell’arpeggio di chitarra che apre il film, s’intende che in questo film vi sia qualcosa dell’Aleph di Borges. In F come Falso, Orson Welles apre la pellicola con un gioco di prestigio, e con una frase “il mago non è altro che un attore che interpreta il ruolo di un mago” e Renate Reinsve nel film di Trier interpreta una figlia, Nora, che di professione fa l’attrice di teatro e che suo padre Gustav vorrebbe come protagonista del suo ultimo film. Una vera e grandissima attrice, Renate Reinsve, che interpreta il ruolo di una grandissima attrice di teatro. Il cinema parla di cinema, la natura imita sé stessa e si rassomiglia e il tempo può essere inteso come un serpente che si morde la coda, attorno ad un segreto, ad un “perché?” Da qui sorge la tentazione di rispondervi con il nulla, che è l’opposto della vita. Trier come un dottore della Chiesa o come un fisico quantistico spezza questa ciclicità nel finale, lasciando al pubblico un meraviglioso cristallo, gioiello di vita dalle infinite sfaccettature che nonostante le 2 ore e un quarto di pellicola, tiene incollati allo schermo nella decifrazione di questo splendido enigma spinoziano, elegante e prodigiosa opera di scrittura, regia, produzione e di recitazione. Non vi è un solo momento in cui il pubblico scorga che si tratti di una finzione. “A Sentimental Value” cammina da solo, vive di vita propria. Questo film non è più di Trier, perché ormai il film che abbiamo visto è cristallizzato in quella sceneggiatura che la protagonista non ha intenzione di leggere e che speriamo fino alla fine leggerà, perché quella storia, parla esattamente di lei.