Domenico Muti, figlio del maestro Riccardo Muti e manager culturale, ha annunciato martedì 3 marzo la conclusione del suo rapporto come consulente del Teatro La Fenice di Venezia, con una lettera inviata al sovrintendente Nicola Colabianchi. La motivazione è secca e definitiva: il clima velenoso attorno alla sua figura non gli consente di lavorare con serenità.
Come avevamo raccontato qualche giorno fa, il contratto di Domenico Muti prevedeva tre anni di consulenza strategica e procacciamento di affari — dal 3 novembre 2025 al 2 novembre 2028 — per un compenso di 30mila euro l'anno più un 15% di success fee. Novantamila euro complessivi, regolarmente pubblicati nella sezione Amministrazione Trasparente del sito della Fondazione. Tutto in regola, tutto alla luce del sole. Eppure non è bastato. Nella lettera indirizzata a Colabianchi, Muti informa di rinunciare anche ai compensi già maturati e non ancora percepiti Muti aveva accettato l'incarico “con entusiasmo”, conscio della storia gloriosa del Teatro e delle opportunità di sviluppo che il ruolo avrebbe potuto aprire. Non andrà così.
“Purtroppo il clima che è stato creato non mi permette di portare avanti con serenità il mio incarico. Ho deciso quindi di recedere con effetto immediato dal contratto tra noi in essere, non ritenendo più possibile operare in questa situazione”.
Il caso era scoppiato domenica 1° marzo, quando i sindacati avevano puntato i riflettori sulle consulenze esterne della Fenice. Le organizzazioni dei lavoratori avevano trovato, nella sezione trasparenza del sito della Fondazione, due contratti affidati a collaboratori esterni: quello a Domenico Muti e quello all'agenzia Barabino & Partners, per 39mila euro per sei mesi.
Gli orchestrali avevano contestato una contraddizione di fondo — mentre veniva bloccato il pagamento del welfare ai dipendenti “per verificare i conti”, la Fondazione aveva ritenuto di poter sostenere consulenze esterne per cifre significative. Il secondo contratto, quello con Barabino & Partners, aveva aggiunto benzina sul fuoco: secondo Dagospia, quella stessa agenzia si occuperebbe dell'immagine di Beatrice Venezi, la direttrice musicale nominata da Colabianchi e al centro di mesi di polemiche.
Un collegamento che i sindacati hanno definito "molto grave", pur ammettendo di non sapere con certezza a cosa servisse l'incarico.
Il sovrintendente ha risposto sottolineando che con Muti stava già lavorando a iniziative concrete: tournée in Cina, Giappone, Emirati Arabi Uniti e Germania negli anni 2027 e 2028. Un lavoro intenso, avviato a novembre, ora interrotto. Colabianchi ha parlato di potenziali ricavi annuali nell'ordine di un milione di euro grazie alle tournée già avviate, e ha definito "pretestuoso" il collegamento tra la consulenza e il blocco del welfare. Il sovrintendente ha chiuso con un appello: "Mi auguro sinceramente che possa riconsiderare la sua decisione”.
La rinuncia di Domenico Muti è l'ultimo atto del "caso Fenice" che ha tolto la Serenissima molta serenità. A settembre scorso, come vi avevamo raccontato in esclusiva, Colabianchi nominò Beatrice Venezi direttrice musicale a partire dall'ottobre 2026, ma l’orchestra, non consultata per la scelta, si era rivoltata. Da allora è una escalation continua: minacce di sciopero a Capodanno, blocco del welfare, tensioni con i sindacati, e ora le dimissioni del figlio del maestro che, per ironia della sorte, aveva preso pubblicamente le difese di Venezi il 19 febbraio scorso, invitando tutti a lasciarla lavorare prima di giudicarla.