Da X Factor a denunciare l’industria bellissima e la politica che razionalizza e finisce per normalizzare la produzione di armi. Sono questo i Patagarri, che ora escono con un nuovo singolo, Bomba intelligente. Al nuovo progetto ha preso parte anche il cantautore Vinicio Capossela, che ha promosso il singolo come voce narrante. Suonavano per le strade di Milano quando sono stati notati da una talent scout di X Factor. Poi la storia la sapete. Sono diventati un elemento di rottura del team di Achille Lauro, portando il jazz, in una chiave autoironica e divertita, sul palco di Sky. C’è una cosa, però, che forse ora, fuori dal contesto televisivo, è ancora più evidente. Il pensiero dei Patagarri è ben definito e anche per questo scomodo. Già sul palco del Concertone del Primo Maggio 2025, trasmesso da Rai 3, avevano fatto parlare di sé per via di un messaggio politico di cui si erano fatti promotori: avevano intonato, infatti, lo slogan “Free Palestine! Palestina libera!”. La band milanese si schiera con quella parte di artisti che condannano apertamente il genocidio che si sta consumando a Gaza, condannando conseguenzialmente anche i brand che supportano l'industria bellica attraverso finanziamenti volti all'acquisto di armi. Seppur non sia stata provata una diretta collaborazione tra McDonald's e lo Stato di Israele, negli ultimi anni sono insorti movimenti volti a boicottare il famoso brand, accusato da gruppi filo-palestinesi di diretta complicità nei finanziamenti. Lo stesso Achille Lauro, lo scorso anno, ha partecipato alla campagna pubblicitaria di McDonald's prestando il suo volto. Loro fanno casino, e a volte questo casino diventa musica. Per questo li abbiamo intervistati.
“Bomba intelligente” è il titolo del vostro nuovo brano: c'è una reference al brano omonimo dei 99 posse o a quello di Elio e le storie Tese?
No, il nome della canzone è nato spontaneamente perché ci sembrava il titolo più giusto. Noi conoscevamo i brani dei 99 posse e di Elio e le storie tese, ma non c'è una reference. Anche se sicuramente a livello ideologico c'è una comunanza con i 99 posse e con alcune delle loro idee.
Questa vostra canzone arriva letteralmente come una bomba intelligente perché denuncia la complicità anche dell’Italia nelle nuove guerre. Secondo voi il problema è legato a una fase politica specifica o è qualcosa di più strutturale nel nostro sistema?
Sicuramente è in parte strutturale. La cooperazione tra gli stati e in particolare tra l'Italia e la Leonardo (ndr Leonardo S.p.A. è una delle principali grandi aziende italiane nel settore dell’aerospazio, difesa e sicurezza) non è presente solo da quando c'è questo governo, quindi ovviamente il problema è più sistemico. Poi ci sono governi che con le loro leggi e con le decisioni che prendono su dove mettere i soldi incentivano oppure scoraggiano determinate operazioni. La responsabilità è di tutti all'interno di questo sistema.
Oggi si parla molto di censura, a volte in maniera forse impropria. Dato il messaggio fortemente sociale presente nel vostro nuovo brano, avete avuto paura che qualcuno potesse chiudervi delle porte?
Non è una cosa che ci interessa. Noi cerchiamo di fare delle canzoni che ci rappresentino e che ci piacciano, a tutto quello che potrebbe succedere, forse anche stupidamente, non ci pensiamo più di tanto. Il brano ci sembrava un lavoro ben riuscito e non abbiamo pensato ai risultati o a possibili conseguenze. Sicuramente qualcuno che storce il naso, così come era avvenuto per l'esibizione del Primo Maggio, c'è, così come c'è qualcuno che ci ha già chiuso delle porte. Ma non rappresenta per noi un motivo valido per tapparci la bocca. Se si inizia ad averi certi timori, si finisce per perdere l'indole artistica.
Vinicio Capossela ha supportato concretamente il vostro brano, partecipando in prima linea. Come mai avete pensato proprio a lui? Cosa rappresenta per voi?
Dal punto di vista musicale il mondo di Vinicio è un mondo che ci ispira molto e che ricerchiamo anche in termini di sonorità. Anche lui è uno che si è sempre schierato moltissimo, sia con musica che con progetti, è sempre stato attivo dal punto di vista sociale e politico. Se c'era qualcuno con cui collaborare, non poteva che essere Vinicio. Abbiamo avuto la fortuna di poterlo contattare e lui è stato gentilissimo e si è reso subito disponibile.
Ma voi come li percepite i giovani di oggi?
È difficile racchiuderli tutti in un aggettivo. Sicuramente rispetto alle precedenti generazioni troviamo che i giovani di oggi siano più attivi dal punto di vista sociale; c'è una bella voglia di ritornare in piazza e non accettare qualsiasi sopruso lavorativo e salariale, di far valere i propri diritti, una reattività che prima non c'era. Siamo molto fiduciosi perché percepiamo un fermento sia in Italia che in altre parti del mondo da parte di giovani che vogliono cambiare il mondo, basta guardare le numerose manifestazioni, come per esempio quelle a sostegno della Palestina. È bello vedere questa mobilitazione giovanile. Anche molti artisti si espongono su determinati temi, chiaramente parliamo di artisti di nicchia perché nel mainstream ci sono tutt'altri contenuti. Non solo, anche molti canali social dedicati all'informazione si dimostrano preziosi e reazionari. I giovani si sono rotti le scatole di dover sottostare a un sistema pieno di incompetenti, anche nel mondo politico.
Voi siete nati come musicisti di strada. Come avete vissuto l'esperienza ad X Factor? Quali sono stati i pro e quali i contro della scelta di parteciparvi?
Tra i pro c'è senz'altro il fatto che, un po' per fortuna e un po' per bravura, siamo riusciti ad acchiappare un sacco di pubblico che ci ha permesso di fare singoli e album di qualità, di poter fare dei tour che prima non pensavamo di poter realizzare. Tra i contro il fatto che X Factor rimane un programma televisivo dove la musica sì è importante, ma ci sono anche delle dinamiche televisive a cui ci siamo ritrovati a dover sottostare con tutti gli stress che comporta. X Factor è un programma difficile perché l'ingranaggio non può rallentare. È una vetrina che ti regala un'esposizione gigante, a noi è andata bene fortunatamente. È stato una sorta di boost con tutto quello che ne consegue: ci ha catapultati in un mondo che ancora stiamo facendo fatica a comprendere.
Come mai avete scelto proprio X Factor? Ci sono altri reality che avrebbero potuto rappresentare per voi un'alternativa altrettanto valida?
In realtà noi un giorno stavamo suonando in strada e una talent scout di X Factor vedendoci ci ha proposto di partecipare. Probabilmente hanno visto del potenziale e hanno pensato che avremmo potuto funzionare anche in termini televisivi. Noi banalmente abbiamo pensato di fare una cosa diversa, la logica era: lo facciamo così magari possiamo chiedere più soldi quando suoniamo ai matrimoni e poi ci fanno dei video fighissimi. Non avevamo nessuna aspettativa particolare. Gli altri talent non li conosciamo bene, ma un talent vale l'altro.
In che rapporti siete rimasti con il vostro giudice di X Factor Achille Lauro?
Siamo in buoni rapporti anche se non lo sentiamo da un po'. Lui ha avuto un boost incredibile. Noi sicuramente gli dobbiamo tanto perché ha contribuito a portarci a X Factor, poi ultimamente ci siamo persi un po' di vista.
Se un grande brand vi proponesse una collaborazione proficua, accettereste? Ci potrebbe essere la possibilità di giungere a compromessi o è un’ipotesi da escludere per voi?
Dipende, sono situazioni da valutare e a cui stare attenti. Noi le collaborazioni le facciamo, ma cerchiamo di essere selettivi e tendiamo a scegliere brand che possano essere in linea con i nostri valori. Se queste aziende sono invischiate in situazioni losche, soprattutto riguardo a cause legate al Medio Oriente, la risposta è decisamente no. Anche se queste realtà rappresenterebbero delle occasioni proficue, per noi la dignità non ha prezzo; alla peggio torneremmo in strada, che tra l'altro per noi è la cosa più bella. Riuscire a vivere di musica, come già stiamo facendo, ci pone nella condizione di poter scegliere anche cosa scartare. Abbiamo già evitato alcune proposte di aziende che non consideravamo attinenti ai nostri valori.
Da marzo partirete con il nuovo tour europeo e italiano. Pensate che il vostro linguaggio trovi una ricezione diversa fuori dall’Italia? Che tipo di pubblico sentite di avere oggi?
È vero che i nostri testi raccontano storie, ma già in passato abbiamo avute esperienze all'estero legate al buskers. Grazie al nostro tipo di musica molto strumentale riusciamo a coinvolgere anche persone che non conoscono la lingua italiana. La nostra musica fa ballare e per fortuna è ben accolta anche all'estero. Non serve tradurre il suono di un sassofono, se coinvolge, funziona.
La musica è anche specchio della società e voi siete promotori di messaggi sociali. Guardando la classifica musicale attuale, che fotografia sociale vi restituisce?
Sinceramente non sappiamo chi ci sia ora in classifica. C'è da dire che le piattaforme di streaming hanno un po' appiattito il mercato. Quello che viene proposto è fatto per essere catchy, chapeau agli artisti che sanno farlo. Ma oltre ai primi in classifica, c'è un “sotto bosco” di artisti che merita di essere ascoltato. Ultimamente ci sono state delle proposte musicali di indipendenti molto interessanti, come per esempio Marco Castello, Laszlo De Simone o Tony Pitony che comunque sta riuscendo a scalare le classifiche. Per quanto riguarda il mainstream, pensiamo che anche fare musica un po' generica che “piace a tutti” richieda una ricerca e un lavoro difficile. Noi non ci sentiamo snob, ma è innegabile che oggi il mercato musicale è un piccolo giro con gli stessi autori che gravitano nel circuito delle grandi radio e che hanno un successo legato ai numeri. La musica che viene passata in radio la sentiamo tanto piatta e povera di contenuti, se dobbiamo essere sinceri.
Nelle vostre canzoni siete ben posizionati. Vi hanno mai proposto di appoggiare partiti politici specifici? Se ve lo proponessero?
Ci hanno fatto delle proposte di collaborazione che abbiamo rifiutato, anche perché per adesso non ci rispecchiamo in nessun partito. Inoltre noi siamo sei teste e i nostri testi hanno sì un carattere sociale, ma non sono legati a contesti di partito. I nostri pezzi parlano degli ultimi e dei disagi che possono provare; negli ultimi vent'anni non abbiamo trovato nessun partito che si è realmente schierato dalla parte degli ultimi, ci piacerebbe che ci fosse.