Nella chiaccherata di quasi un'ora avuta con Fedez e Marra a Pulp Podcast, Giorgia Meloni ha toccato numerosi temi: la guerra in Iran, Israele, il conflitto russo-ucraino, il caro energia, la politica interna, il referendum sulla giustizia, Donald Trump. Ecco, a proposito degli Stati Uniti, la premier a provato a spiegare il rapporto tra Europa/Italia e gli Usa. Un rapporto da molti visto, immaginato, concepito come mera subalternità a Washington. In sostanza, Meloni ha fatto capire che tutto o quasi può essere ridotto al tema militare: “Se chiedi a qualcuno di difenderti, non lo fa gratis. Questo produce un'influenza”. Tradotto: dal termine della Seconda Guerra Mondiale gli Usa difendono l'Europa e così irradiano il loro soft power (eufemismo) nell'intero continente. L'obiettivo, ha sottolineato Meloni, è però quello di creare una “colonna europea della Nato” che consenta all'Europa di trattare da pari. Altrimenti, e questa è la parte che ci interessa, “l'alternativa è un'eccessiva influenza cinese”. Il punto di vista meloniano può essere sintetizzato in una sorta di aut aut: rafforzare la cooperazione nel campo occidentale, e quindi euro-atlantico, oppure inseguire le “spinte centrifughe” che, in prima battuta, sembrerebbero condurre tra le fauci del Dragone. In sostanza, all'Italia conviene percorrere la prima strada “non perché interessi agli Usa ma a noi stessi”.
Ma esiste un' "eccessiva influenza cinese" in Europa? Partiamo da un principio base: ogni superpotenza, siano gli Stati Uniti o la Cina, esercitano un'influenza globale in linea con i propri interessi. Esiste dunque un'influenza irradiata da Pechino, come però ne esiste un'altra proveniente da Washington. Dire quale sia la migliore delle due, abbracciando una parte e sacrificando in toto l'altra, è un gioco meramente valoriale e ideologico (tra l'altro non sempre conveniente, ma questo è un'altro discorso); capire, invece, quale sia l'opzione più conveniente sul tavolo e instaurare un equilibrio pragmatico tra i due estremi, in modo tale da realizzazione al meglio la propria agenda, è invece una pratica politica di alta scuola. La Cina, comunque sia, non è più vicina: è vicinissima. Si trova nelle nostre case (oggetti d'uso quotidiano), nei nostri garage (auto), nelle tasche dei nostri jeans (smartphone), sulle scrivanie (pc), in giardino (pannelli solari). L'influenza cinese è quindi in prima battuta economica. Le aziende del Dragone - da Huawei a Zte, fino ai colossi delle auto elettriche e delle tecnologie verdi - hanno messo radici in Europa ottenendo, almeno inizialmente, risultati eccellenti. Parallelamente i grandi conglomerati statali hanno effettuato acquisti mirati in settori strategici, a partire dalle infrastrutture, per carpire know how e oliare gli ingranaggi della Nuova Via della Seta, il progetto varato dal leader cinese Xi Jinping nel 2013 e pensato per collegare Europa, Asia e Africa in un crogiolo commerciale e cooperativo.
La Cina controlla dunque l'economia europea? Manco per idea, almeno non direttamente. Non solo perché la citata Nuova Via della Seta è stata cacciata dal continente, e con essa commesse milionarie - complice l'inasprimento delle tensioni tra Washington e Pechino, la guerra in Ucraina e quella dei dazi scatenata dalla prima amministrazione Trump - ma anche perché i cinesi hanno sempre considerato il giardino europeo una sorta di satellite Usa. L'influenza del Dragone, semmai, è indiretta, e su questo Meloni ha ragioni da vendere. “Per anni abbiamo accettato di dipendere dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per le materie prime”, ha dichiarato la premier. Attenzione però, perché praticare un aut aut radicale tra Washington e Pechino rischia di essere controproducente. Non solo perché l'industria italiana, come del resto quella europea, è ormai legata a doppia mandata al mercato e alle filiere cinesi, ma anche perché gli amici dell'Italia non danno l'impressione di voler scegliere. Francia, Germania e Regno Unito – per non parlare della Spagna – sanno bene da che parte geopolitica stare, eppure non disdegnano di fare accordi dorati con Pechino. Persino le aziende statunitensi, a partire da Apple, fanno a gara per accaparrarsi quote del mercato cinese. Perché mai l'Italia dovrebbe allora essere l'unica nazione europea a chiudere in maniera brusca le porte in faccia al Dragone per paura di prendersi una brutta “influenza”?