Abbiamo passato una settimana a riempirci la bocca di Stato di diritto, di legge della giungla, far west e giustizia fai-da-te, a ripetere che non vogliamo – per citare un post di Potere al Popolo – “cittadini trasformati in poliziotti, giudici e boia”. Il gioielliere spara ai ladri in fuga e lo Stato, giustamente, non può tollerare che un privato si sostituisca alle istituzioni. Ma tutti questi novelli Locke e Beccaria sembrano dimenticarsi troppo in fretta dei principi fino a un secondo prima tanto cari. Ed ecco le stesse bandiere di Potere al Popolo sventolare quando gli “antagonisti” – che andrebbero chiamati semplicemente delinquenti – mettono a ferro e fuoco Bologna, confondendo la libertà di manifestare con la licenza di vandalizzare la città e bruciare macchine.
Un uomo di origine marocchina, in stato di alterazione, muore mentre le forze dell'ordine cercano di fermarlo. Servirebbe un'indagine rigorosa, eventualmente un processo: non conosciamo ancora con certezza nemmeno le cause del decesso. E invece è diventato subito un altro volto da brandire, un altro soldato arruolato d'ufficio per la causa, la solita scusa per fare casino. Si è consumato un processo in pubblica piazza che si è concluso con la condanna alla devastazione, inflitta non solo ai poliziotti coinvolti nella vicenda Fakir, ma all'intero corpo della polizia e all'organismo statuale nel suo complesso.
E allora, perché non vediamo lo stesso livore riservato a Mario Roggero indirizzato verso gli “antagonisti” di Bologna? Perché da un lato la giustizia sommaria è inaccettabile, mentre dall'altro è una reazione comprensibile? La risposta è amara: i plausi per il gioielliere e le giustificazioni per i manifestanti violenti sono due facce dello stesso populismo. Della folla inferocita, il giudizio di piazza, di pancia, di propaganda. Due esempi, dai due lati delle barricate, dello stesso sciacallaggio politico.
Se Mario Roggero in uno Stato di diritto non poteva farsi giustizia da solo, è evidente che non possano farlo neppure i manifestanti che protestano contro la presunta “violenza” della polizia. Che poi, se le forze dell'ordine fossero davvero quel misto tra l'Ice e le SS che si vuole far passare nei racconti di piazza, l'impressione è che non si conterebbero tutti quei poliziotti feriti. È troppo banale scomodare Pasolini, ma la costante resta immutata nei decenni: la violenza cieca e indiscriminata usata come scorciatoia per rovesciare la solita e non ben delineata “violenza borghese”.
Ma allora decidetevi: siete difensori dello Stato di diritto o solo difensori del vostro ideale di Stato che di diritto ha ben poco. Indignati speciali, nel senso che vi indignate specialmente e solamente quando vi fa comodo.
Il miglior assist per svelare questo cortocircuito ce lo dà, del tutto involontariamente, Ilaria Salis. A proposito del gioielliere scriveva su Instagram: “Quello che serve realmente è difendere lo stato di diritto da chi – come Meloni, Salvini, Vannacci, Cruciani & co. – vorrebbe una giustizia con due pesi e due misure: severissima con i nemici, indulgente con gli amici”, bollandola come “la tipica giustizia dei fascisti”. Peccato che poi la realtà si incarichi di sbugiardarla tramite i suoi stessi sostenitori. Perché lo Stato di diritto non è un buffet da cui attingere solo i principi che servono ad attaccare l'avversario di turno; altrimenti diventa una bandiera di convenienza, usata per nascondere la solita, vecchia velleità di prevaricazione ideologica.
Sempre Salis sostiene che Roggero venga difeso perché “uomo italiano, bianco e di classe media”, ma non si accorge che è esattamente per lo stesso identico motivo che dall'altra parte viene attaccato.
E allora non si sta affatto tutelando la legalità: si sta solo parteggiando per i ladri in quanto tali, elevati a moderni Robin Hood in lotta contro il “perfido gioielliere borghese”. Uno specchio rotto che tradisce due populismi uguali, che nulla hanno a che vedere con la giustizia e che a targhe alterne la brandiscono e la lanciano, come i morti usati come manifesti e pretesti, basta che siano caduti dalla parte giusta. E la cosa più patetica, la verità più triste, è che della legge, della giustizia e dei processi, dei fascismi di destra e di sinistra e soprattutto di Mario Roggero e di Abderrahim Fakir, a entrambe le categorie di “indignati”, in fondo, non frega un cazzo. Vittime e carnefici che diventano ostaggi delle tifoserie, privi di diritto di replica, ma solo finché fa comodo, finché possono essere maglietta, striscione, coro e fotografia, poi avanti il prossimo.