Tutti fanno finta di niente. Nel baccano generale nessuno si è accorto che anche il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli – intervistato da Ginevra Leganza sul Foglio – ha detto delle cose gravissime a proposito di due casi abbastanza eclatanti. Il primo caso è quello di Sigfrido Ranucci, vittima di una bomba piazzata sotto casa sua con metodo mafioso, che ora rischia di essere cacciato dalla Rai. Bartoli poi denuncia la chiusura su Radio 1 di Lupus in Fabula, il programma di cultura condotto dal presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco. Un piccolo gioiello culturale che ora, è ufficiale, è stato soppresso. Ma perché? Bartoli dice chiaramente che la motivazione è da rintracciarsi nell’autonomia di pensiero di Buttafuoco a proposito della questione russa nella Biennale di Venezia. Questa decisione avviene, come rileva anche Michele Anzaldi – ex commissario di Vigilanza Rai – in un durissimo post su Facebook, senza che il Cda Rai o la Corte dei Conti si siano espressi. Se non vi è ragione economica dietro a questa scelta, allora sono violati i termini del contratto con chi ha sottoscritto il canone.
Anzaldi, continua, spiega che quel che ha detto al Foglio il presidente dell’Ordine è di una gravità inaudita: "Rai non vedeva l’ora di chiudere il programma di Sigfrido Ranucci". Qualcosa di cui avevamo parlato anche su queste colonne. Lo stesso Bartoli invoca la risposta del Cda Rai e della Corte dei Conti. Il presidente, poi, solleva il punto cruciale, al di là di tutte le questioni giuridiche, che ad ogni modo servono a tutelare i principi costituzionali della libertà di stampa e d’informazione. Se chiude Report chi farà giornalismo d’inchiesta non schierato? Chi racconterà il marcio del potere? Quello stesso potere che Bartoli indica all’origine di "ogni tipo di sollecitazione". "Proveniente dal mondo politico".
Su Buttafuoco, Bartoli, alla domanda di Ginevra Leganza "Lupus in Fabula gliel’hanno chiuso per via della Biennale?", risponde che sì, "hanno messo il bavaglio a una voce perché non allineata anche se rispettabile". In quale altro modo potremmo descrivere tutto questo? "Censura, bavaglio?", aggiunge Anzaldi nel suo lungo post in cui spiega, per altro, che i cittadini pagano il canone per un "servizio pubblico libero e plurale, non un megafono. È un dovere anche per la Corte dei Conti, attraverso il suo magistrato delegato, battere un colpo davanti ad accuse così gravi di cattiva gestione e di lesione del servizio pubblico. Ed è dovere del Parlamento approfondire queste gravi accuse".