Da qualche anno mi sono convinto che il mestiere di giornalista consista in ciò che uno dei miei riferimenti viventi, Vittorio Macioce, ha scritto in un articolo che parlava proprio del futuro di questo mestiere, ma anche del suo passato, a partire da quel maestro che fu Indro Montanelli: “Il patto con il lettore è di fidarsi dei miei occhi.” Mi entrò in testa, questa frase letta nel 2024, quando nella mia libreria c’erano più libri di Giorgio Bocca che di Montanelli, nello stesso ripiano con qualche volume rubato a casa di mio nonno: In questo Stato di Arbasino, I padroni del pensiero di André Glucksmann, Né Marx né Gesù di Jean-Francois Revel e tanti altri, a cui se ne sono aggiunti di nuovi, i cari nuovi-vecchi che mi hanno strattonato da una parte e dell’altra anche grazie alle incredibili qualità estetiche dei loro scritti: Nicola Abbagnano, Raymond Aron, Piero Buscaroli, Giuseppe Prezzolini, Thomas Mann ovviamente, Anthony Burgess (non quello di Arancia meccanica ma quello di 1985, in Italia 1984 & 1985).
Perché faccio questi nomi? Perché sono autori che hanno chiesto al lettore, di volta in volta, proprio di fidarsi dei loro occhi, un fidarsi che costituiva per Montanelli la priorità assoluta. Una carriera, la sua, da lui stesso amata come solo si può amare l’imperfezione, il lavoro impuro e fragile e quotidiano degli uomini. Come scrive C. S. Lewis, la democrazia è buona perché a nessun uomo si potrebbe affidare il potere assoluto, dal momento che l’uomo ha subìto la Caduta. Lo stesso credo si possa dire del giornalismo per come lo intendeva Montanelli. Nessuna verità assoluta può essere affidata al giornalismo, nessun “fatto”, poiché il giornalista ha subìto la Caduta sociale, la dispersione dell’informazione, le guerre, i falsi, la smemoratezza civile e pure l’odio del popolo, che dai giornali spesso si è sentito trattato da scemo. Montanelli era uno che, per stile e vocazione intellettuale, non ha mai trattato da scemo neanche uno dei suoi lettori. Al contrario, li ha allenati a riconoscere il legame fondamentale tra scrittura e pensiero. Perché se si deve pensare in modo civile si deve anche scrivere in modo civile, cioè tenendo a mente che ogni scrittura comporta una responsabilità e, come tale, qualcuno ne terrà conto. Non gli editori, per carità, lui che abbandonò Berlusconi; né un dio. Ma quel piccolo popolo, quella “nazione” in miniatura che è il pubblico di un giornale. A loro si deve una fedeltà totale che può essere superata solo dalla fedeltà in sé stessi.
Possiamo dirci montanelliani oggi? Non in questo senso, dal momento che il giornalismo segue logiche che non hanno a che fare con l’onore della penna, ma con l’onere del consenso. I grandi direttori, i loro editorialisti di punta, sono quasi sempre un megafono politico e allo stesso tempo antenne paraboliche per le intenzioni di voto delle masse. Nell’ottica dell’algoritmo, che permette video di 90 secondi, non ci si può più misurare con la brevitas che fece di Montanelli un campione di corsivi ed editoriali, e cioè con l’arte della brevità; piuttosto si cercano le sintesi, i Bignami che evitino al lettore, ma spesso anche al giornalista, di approfondire. Le poche parole di Montanelli, invece, erano il concentrato di litri di sapienza, così tanta che oggi lascerebbe storditi moltissimi tra i suoi colleghi. Di Montanelli non restano neanche molti libri, se non tra gli usati, venduti a pochi euro, e la sua Storia, piena di errori e di vizi letterari. E difficilmente si trovano dei suoi lettori tra i giovani (un po’ per colpa delle sue colpe, considerate imperdonabili, a partire dalla storia della sposa bambina). È forse una delle condanne di chi nella vita ha cercato la notizia e il modo migliore per scriverne, quella di essere dimenticato quando le notizie di cui ha scritto sono ormai passate. Tuttavia si può ancora essere montanelliani, così come si può essere umani e, in un certo senso, italiani. Per esempio cercando di essere dei buoni europei, cioè ricordandosi che non tutto ciò che ci lasciamo alle spalle è da buttare. Chi sono gli europei, e quindi anche i vecchi e contraddittori italiani, se non borghesi che fanno fatica a liberare casa dai ricordi di una vita?
Ma non basta. Per essere montanelliani si devono anche riscoprire le virtù dell’individualismo, che non è mai egoismo, ma una spinta a riconoscere la natura profonda della cittadinanza, una parola che ne contiene tante. Si è davvero cittadini se si è responsabili di sé e di chi ci sta accanto. E di ciò che produciamo. Montanelli si è sempre assunto la responsabilità dei suoi giornali e di ciò che scriveva, fino al punto che dovettero sparargli. Ma i proiettili, una volta sparati, si accartocciano e diventano quasi delle piccole sfere. Meglio allora, come lui fece e come noi dovremmo fare, armarci di queste ultime, meglio ancora se dentro una biro (non a caso l’inventore della penna, László Bíró, era un giornalista), per scrivere controcorrente e liberamente.