Prima delle 19 Piazza del Nettuno a Bologna è già piena. Il caldo martella ancora mentre da via Ugo Bassi e Indipendenza e da Piazza Maggiore continua ad arrivare gente. Esposto dall’altra parte dell’entrata di Sala Borsa uno striscione: “Verità e giustizia per Fakir”. Parole che rimbomberanno per tutta la serata di lunedì 20 luglio. “Oggi sono qui a nome della mia figlia, con un dolore che è difficile anche solo raccontare. Ma con la forza di chi non vuole che una vita venga dimenticata. Abderrahim non era un caso di cronaca: era una persona, era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia, dei sentimenti, con delle persone che lo amavano profondamente”. A parlare è Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, l’uomo che ha perso la vita durante un fermo di polizia nel quartiere Pilastro. Le forze dell’ordine sono intervenute dopo che, pare, Fakir aveva dato in escandescenza. Arrivano sul posto due poliziotti, che lo immobilizzano a terra per diversi minuti. Nel video si sentono le urla, le grida di aiuto, si vede la testa schiacciata sull’asfalto. I soccorritori della Croce Rossa guardano l’operazione senza intervenire. Mani e piedi di Fakir vengono stretti con delle fascette, ma l’uomo è già morto. “È morto”, “è stato ucciso”: nello scarto tra queste due espressioni c’è tutta l’indignazione della gente scesa in piazza. La prima una fredda formula giornalistica, la seconda una prospettiva che dalle immagini appare legittima. “Non chiediamo vendetta: chiediamo verità, giustizia, umanità”, ripete Yossra Fakir. Matteo Lepore è immobile e silenzioso alle spalle della famiglia. Il suo nome sugli striscioni è associato a quello di Matteo Piantedosi: poli di uno stesso sistema securitario, dice la piazza.
“Per quanto riguarda il popolo siamo tranquilli, ma per le forze dell’ordine no. Dovrebbero proteggerci e difenderci invece no: ci uccidono per strada con un ginocchio sulla schiena”. “La verità è che ci sono due pesi e due misure. La verità è che tra un po’ di tutto questo non ne parlerà più nessuno”. Così gli amici della famiglia di Fakir. Parlano tenendo alta la foto di Abderrahim. I silenzi e gli applausi sono interrotti dal grido “assassini, vergogna”. “Noi sappiamo come sono andate le cose: è un omicidio di Stato”. Parte il corteo verso Piazza Roosevelt, sede della Prefettura. Le bandiere che sventolano sono quelle di Potere al popolo, del Partito Comunista dei Lavoratori, del collettivo Cambiare Rotta e del sindacato S.I Cobas. Ci sono anche alcune bandiere della Palestina. All’angolo tra la piazza e via IV Novembre aspettano tre camionette della polizia con gli agenti schierati in tenuta antisommossa e un idrante. Il corteo arriva a pochi centimetri dal cordone, qualcuno prova a rimandare indietro la gente, senza riuscirci. Scatta la carica degli agenti, poi vengono sparati i lacrimogeni e gran parte della folla si disperde momentaneamente. La situazione si stabilizza, con i due schieramenti dalle parti opposte della piazza. Scorre davanti all’autobotte uno striscione: “Non c’è giustizia se la tua provenienza è già una sentenza”. Al lancio di bottiglie rispondono altri lacrimogeni. In alcuni video si vedono gli agenti esplodere i colpi in basso, quando già lo scontro si era portato in via Ugo Bassi, a poca distanza dalle Due Torri. Altri razzi colpiscono i balconi dei palazzi.
Il cantiere del tram è senza transenne, i manifestanti rimasti camminano in mezzo ai lavori. Due auto prendono fuoco, le bici dello sharing sono a terra, sarebbero 64 gli agenti rimasti feriti, di cui uno con 12 giorni di prognosi per le conseguenze “di un morso”, scrive Rai News. “Fakir vive: merde” scritto sulle pareti storici della città, a pochi passi dalla Basilica di San Petronio.
Il 20 luglio 2001, in Piazza Alimonda, Carlo Giuliani veniva ucciso durante una delle giornate del G8 di Genova a soli 23 anni. 25 anni dopo le strade sono ancora piene. Piene di rabbia scatenata dalla stessa fonte: la violenza della polizia. C’è chi se la prende con Lepore per aver “legittimato” lo scontro. Ma la presenza del sindaco è solo il cappello politico instabile messo su una manifestazione che ci sarebbe stata comunque. La reazione a una violenza subdola, quella di chi urla “remigrazione” e dello Stato che spara i lacrimogeni. Una rabbia che si inserisce nello scarto tra due espressioni. È anche una questione di linguaggio: “Non è morto: è stato ucciso”.