Ci siamo ripetuti per anni che Milano e Roma sono diventate più insicure di Napoli, Fanpage nel 2024 titolava "Classifica criminalità: Napoli non è più tra le prime 10 città. La peggiore è Milano, poi Roma". Così, a Napoli se la sono presa e hanno mostrato i muscoli... È ovviamente una provocazione, come se fosse una lotta al ribasso sulla città più insicura d'Italia. Ma il tema è di percezione, negli ultimi anni Roma, Milano, le loro stazioni, le zone di movida, sono diventate i simboli di un'Italia sempre più insicura, terreno di scontro politico sui temi della sicurezza e dell'immigrazione. Per anni abbiamo riempito pagine e telegiornali di 'ndrangheta, le sue holding, le infiltrazioni al Nord, i capitali ripuliti in mezza Europa, al punto che la camorra, dai radar mediatici, era quasi sparita. Non dalle strade, evidentemente: solo dalle prime pagine. Negli ultimi mesi è bastato poco per farla riemergere tutta assieme. La rapina alla Credit Agricole del Vomero di qualche mese fa, ora l'arresto dei presunti attentatori all'auto di Sigfrido Ranucci, un commando campano partito per intimidire il giornalista, le "stese" a Napoli, tre notti di spari di fila nei Quartieri Spagnoli. Le imprese armate delle baby paranze vengono ormai filmate e condivise in tempo reale, trasformando l'intimidazione, la rissa, lo scontro tra bande in una vetrina di affermazione personale che si misura anche il followers e visualizzazioni. Poi l'ultima, in pieno giorno, nel cuore della città, ha suscitato uno sdegno che ha fatto il giro d'Italia. Un uomo, bardato di nero, nel cuore di Montesanto nel pieno della quotidianità cittadina imbraccia un kalashnikov come se fosse un gesto qualunque. È quell'immagine, più delle altre, ad aver fatto scattare questa stessa frase che si ripete ogni volta che Napoli torna sotto i riflettori per le stesse ragioni: è tornata la camorra. Ma non è tornata, semplicemente avevamo smesso di guardarla, e ora con le armi in strada siamo tornati a parlarne. Ma, ripensandoci, la frase "a Napoli se la sono presa e hanno mostrato i muscoli" è più di una semplice provocazione. È il riflesso di una nuova camorra, più social, più esposta. Cos'è l'Ak47 in strada in pieno giorno se non un modo per ostentare potenza, per incutere paura, e cosa sono oggi i social se non la nuova strada. Lo ha messo nero su bianco anche il prefetto di Napoli, Michele Di Bari, in un'audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia di qualche settimana fa, quando ha descritto l'influenza dei social network sulla devianza giovanile come ormai decisiva nel reclutamento: per entrare in una baby gang a undici, dodici o tredici anni, ha detto, oggi bastano "il telefonino, il coltello e la volontà". Il telefonino prima del coltello, non a caso: perché è lì, nella vetrina online, che si costruisce la reputazione che un tempo si guadagnava solo sul territorio.
Per provare a capire cosa stia davvero succedendo, cosa ribolle nel sottobosco della città, abbiamo cercato chi la criminalità organizzata l'ha affrontata prima con la toga e poi con la fascia tricolore: Luigi de Magistris.
Per l'ex primo cittadino di Napoli la camorra conserva una differenza fondamentale rispetto alle altre mafie: "La camorra è l'organizzazione che, più delle altre due, ha mantenuto anche un'opzione militare forte, seppur non tendenzialmente contro lo Stato o comunque esponenti della società civile, ma nell'ambito di regolamenti di conti di tipo camorristico". Una differenza avvalorata dallo stesso caso Ranucci: "Non mi aveva mai convinto un'ipotesi di altre criminalità mafiose" dice, "perché le altre, negli ultimi tempi, hanno utilizzato un'altra modalità di agire, cioè più quella di conquistare lo Stato in tutte le sue articolazioni che di attaccarlo, a differenza della camorra, che invece continua ad avere un profilo anche militare più visibile, più simbolico e più cruento".
È qui che il racconto di de Magistris comincia a delinarsi il grande salto: mentre le altre organizzazioni criminali si sono, in un certo senso, "istituzionalizzate", la camorra ha imboccato la strada opposta, diventando più selvaggia, più imprevedibile. "Negli ultimi tempi" dice "c'è una maggiore fluidità, c'è un minore assetto verticistico, c'è più una violenza immediata, c'è un abbassamento dell'età con cui si commettono i reati, c'è un forte superamento di ogni forma di limite, c'è una violenza talvolta gratuita e fine a se stessa, c'è un aspetto simbolico molto evidente. Ci sono degli aspetti di cambiamento, c'è meno graniticità nelle organizzazioni strutturate, e quindi, almeno per quanto riguarda Napoli, c'è più un'organizzazione camorristica che ricorda un po' più l'aspetto delle bande che vogliono dominare il territorio. Anche in maniera molto evidente come possono essere i contrasti tra ragazzini di un quartiere rispetto a un altro, come possono essere le manifestazioni muscolari di poco più che bambini". Prendendo in prestito il nome dell'organizzazione criminale che ha dominato la Campania tra gli anni '70 e '80, la si potrebbe chiamare Nuova Camorra Disorganizzata, nel senso che non esiste più un vertice, un capo, ma tante cellule, cani sciolti, bande che si spartiscono il territorio un "blocco" alla volta, uno sparo per notte.
È una camorra che cammina sulle gambe di soldati giovanissimi — temerari proprio perché non hanno ancora imparato a misurare le conseguenze delle proprie azioni, e per questo più violenti, più spregiudicati. La particolarità, sottolineata da Isaia Sales, autore di "Teneri Assassini. Il mondo delle baby gang a Napoli" è che nel capoluogo campano appena il dieci per cento dei reati commessi da minori sia opera di stranieri, molto meno che in altre grandi città italiane. Un elemento di cui ha parlato anche il questore di Napoli intervistato da SkyTG24, che ha invitato a superare una distinzione netta tra le baby gang e la criminalità organizzata. De Magistris aggiunge: "A Napoli, come però anche in altre città, soprattutto Milano e Roma, c'è un aumento molto rilevante, negli ultimi tempi, di reati commessi da minori e da ragazzi. Questo è un dato che deve molto preoccupare, non solo sul piano criminale, ma molto sul piano sociale, culturale e anche di ciò che non si fa in maniera adeguata sul profilo della prevenzione".
Eppure, a voler essere precisi, quella che sembra un'emergenza improvvisa potrebbe essere soltanto la parte visibile di qualcosa che non ha mai smesso di pulsare sotto la superficie. È la lettura di Maurizio De Giovanni, scrittore che unisce lo sguardo di chi la città la percorre a piedi tutti i giorni e la sensibilità di chi la racconta da anni nei suoi romanzi. Raggiunto telefonicamente, smonta subito la parola che tutti stanno usando: "È un ritorno mediatico relativo al fatto che vengono a galla certe situazioni, ma è abbastanza superficiale e stupido pensare che quando non succede niente allora la camorra è stata debellata. Queste manifestazioni vengono a galla quando ci sono problemi di controllo del territorio da parte loro, o guerre tra clan rivali, ma non è che quando non ci sono questi fenomeni la camorra scompare, sarebbe folle pensare una cosa del genere".
Se De Giovanni guarda al fenomeno come a una costante mai sopita, de Magistris preferisce concentrarsi su ciò che, nel presente, ha reso quella costante più visibile e più aggressiva. E la risposta, per lui, va cercata più nella politica che nella cronaca nera. "Noi abbiamo, in questo momento, una recrudescenza nella città di Napoli dovuta, a mio avviso, a un'inadeguatezza complessiva del quadro politico e istituzionale cittadino, che non affronta nella maniera più efficace, più approfondita e con maggiori conoscenze possibili quello che sta accadendo negli ultimi tempi a Napoli. Quindi non è solo un tema di prevenzione e repressione, è anche molto un tema politico, sociale, culturale e di controllo del territorio alternativo a quello criminale. Se si comincia a desertificare il territorio da reti civiche, ruolo associativo, ruolo politico, è chiaro che poi quel territorio, un pezzettino alla volta, rischia di essere conquistato da organizzazioni criminali".
Ed è qui che riaffiora la sua anima di sindaco: "Io l'ho visto soprattutto a Napoli, che è una città che ho governato con tutt'altro spirito e altre modalità. Adesso si è completamente cancellato quel lavoro di squadra. Noi mettevamo attorno a un tavolo, con il coordinamento e la direzione del sindaco, tutte le soggettività che operano sul disagio, sulla devianza, sul crimine: quindi il Comune, le municipalità, il terzo settore, le associazioni, i movimenti, le reti civiche, i parroci, le forze di polizia, la prefettura, la scuola — un lavoro di squadra che è fondamentale per comprendere, capire, agire. Tutto questo lavoro di squadra è stato completamente smantellato, e quindi non c'è più quella rete che opera sul territorio. La sicurezza urbana è, per legge, devoluta al prefetto e al sindaco. Se viene a mancare, soprattutto il sindaco, in questo lavoro in prima linea, è come se tu avessi una città acefala. In questo momento Napoli è una città senza comandante al timone, e questo lo comprendono non solo le persone che vivono la vita civile e politica, ma anche gli ambienti criminali, che ben capiscono quanto si possono infilare in una città in cui non c'è un'autorevole guida politico-istituzionale e in cui si perde quel lavoro di squadra. E quindi tutto questo sta venendo fuori in una ripresa di conquista del territorio da parte delle organizzazioni criminali".
E poi racconta un aneddoto piuttosto esplicativo: "Invece di andare a rafforzare l'azione per disarmare la città, ultimamente l'amministrazione comunale emette provvedimenti che vanno nella direzione di reprimere gli artisti di strada — e quindi sequestrare violini e chitarre, invece che pistole e coltelli. Quindi ci troviamo di fronte proprio a una totale inadeguatezza, che sta purtroppo facendo ripiombare alcuni pezzi della nostra città in un'epoca che pensavamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle".
Un problema che, precisa, non riguarda solo Napoli, ma tutte le grandi aree urbane del nostro Paese: "Io vedo, anche in altre città, la ripresa di forme organizzative di tipo mafioso che puntano a controllare il territorio: Milano, con una forte impronta anche straniera, soprattutto latinoamericana; Roma, anche con una forte componente legata alla migrazione; Napoli, invece, con nuove modalità di azione di organizzazioni di tipo camorristico che erano state profondamente arginate negli anni passati, dove non controllavano più il territorio, non dominavano più, erano profondamente arretrate. Oggi, invece, in una nuova stagione in cui sembra prevalere la legge del più forte a tutti i livelli, è chiaro che le organizzazioni mafiose di tipo tradizionale — quindi anche la camorra — hanno più rapidità nel rimodularsi e nel rimettersi in gioco".
Sotto la superficie di questa guerra dei numeri, sicurezza e percezioni però, c'è una frattura più profonda. Quella di una generazione che non misura più le conseguenze delle proprie azioni perché non ha mai avuto, attorno a sé, adulti in grado di mostrargliele. È un buco nella cinghia di trasmissione tra lo Stato e i quartieri più esposti, ed è un buco che si è fatto strada proprio mentre, altrove, si insisteva sulla narrazione opposta: quella di una città che aveva finalmente voltato pagina. Ora siamo tornati, tutti quanti, ad aprire gli occhi su un fenomeno che sulla disattenzione ha ricostruito una nuova forza. La domanda che resta aperta è, allora, se le istituzioni sapranno usare questa nuova, involontaria trasparenza per intervenire invece di aspettare, ancora una volta, che sia un video a ricordarci che il problema non se n'era mai andato.