Un anno fa il mondo si spellava le mani in applausi per Adolescence, la serie Netflix girata in piano sequenza: per un intero episodio, la macchina da presa non staccava mai lo sguardo da Jamie Miller, 13enne che aveva ucciso una coetanea a coltellate.
Ispirata da alcuni fatti di cronaca, la serie raccontava il ragazzo e il suo sguardo sul mondo attraverso gli interrogatori e le sue reazioni a quello che gli accadeva intorno, mano a mano che le indagini andavano avanti. Perché che Jamie fosse colpevole era chiaro sin da subito: il cuore del racconto non era scoprire il responsabile, ma farcelo conoscere.
Un anno dopo, Adolescence diventa reale da quest'altra parte d'Europa: tredici anni anche lui, il nostro Jamie non parla con l'accento impenetrabile dello Yorkshire, ma con quello bergamasco. E grazie agli impavidi dell'informazione che lo hanno ricondiviso online, anche noi abbiamo il suo piano sequenza: il video girato dal ragazzino stesso mentre si avvicina e colpisce la vittima, in diretta su un canale Telegram privato. Con tanti cari saluti alla Carta di Treviso, al rispetto della sensibilità del pubblico e al rischio di emulazione.
Il nostro Jamie somiglia incredibilmente a quello di Netflix: anche nelle motivazioni. Perché come quello interpretato dal giovanissimo Owen Cooper veniva deriso da una coetanea che lo respingeva, quello bergamasco si sentiva bullizzato dalla sua professoressa di francese. Così entrambi hanno deciso di farsi giustizia: e se nel racconto di Netflix si facevano strada le teorie sulla manosfera, Owen abbeverato all'odio online contro le donne, anche qui si intravede l'ombra lunga del web tossico. Crea infatti scalpore il messaggio che il ragazzino avrebbe lasciato a testimonianza su un canale Telegram: erroneamente chiamata "lettera", sarebbe piuttosto meglio definirla un vero e proprio manifesto.
Che l'abbia scritta di suo pugno o, altamente probabile, si sia aiutato con l'intelligenza artificiale, quanto materiale del genere aveva frequentato, per arrivare a firmare quel messaggio intitolato "Soluzione finale"? Quanti messaggi radicalizzanti aveva interiorizzato, per farlo proprio?
Nel testo si intravedono alcuni passaggi tipici del genere: l'individuazione dell'obiettivo, la spiegazione attraverso la narrazione vittimistica del sé e, infine, alcune argomentazioni che vanno a giustificare il gesto addirittura sfociando nella critica al sistema scolastico.
È la sovversione dello status quo, l'istituzione, incarnata dall'insegnante di francese: la ribellione contro il sistema, rappresentato dalla professoressa al posto del padre, verso il quale al ragazzino era mancato il coraggio. Altro che "lettera", allora: più un manifesto anarchico, il risultato di una radicalizzazione ben codificata.
"Non ho trovato il coraggio -scrive infatti il ragazzino- di uccidere mio padre". Poi continua: "Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata. Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima. Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto, e questo dimostra quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla".
Mentre il concetto di "lettera" rimanda a un immaginario romantico, evocando anche una sorta di struggimento, qui c'è la lucidità. Quando leggiamo il ragionamento sull'impossibilità di essere condannato, non c'è margine di equivoco: "Visto che a quanto pare i ‘ragazzi’ non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo".
Il 13enne bergamasco di nuovo come Jamie Miller che, fino all'ultimo episodio, si dichiara innocente senza però mai negare di aver ucciso la compagna: entrambi convinti di essere vittime di un mondo che li schiaccia, costretti perciò a ricorrere alla violenza per salvarsi. Adolescence ce lo aveva già detto, ora la realtà ce lo ha messo sotto gli occhi: è bastato appena un anno.