Il paradosso è “proprio Treviso”. La Treviso che è stata teatro di una storia atroce. E la Treviso che ha ospitato la firma del codice deontologico dei giornalisti: la Carta di Treviso, appunto. La stessa città, quindi, per una notizia di cui oggi parlano tutti senza poterne parlare abbastanza. La storia? È nota: un giornalista che aveva tutto e persino una amante si scambiava con quell’amante, una insegnante di 53 anni, contenuti pedopornografici. Roba agghiacciante. Messaggi da far venire il peggior senso di schifo e immagini che ti fanno fermare all’anteprima, senza ingrandirle. Perché bastano così. Eppure, anche nel racconto di una storia di marcio, c’è chi va a cercare altro marcio. Dove? Tra quelli che avrebbero la colpa di non fare il nome del mostro. Magari arrivando a raccontare che la particolare riservatezza è una forma di favore verso un collega che ha fatto il giornalista fino a qualche tempo fa e che da qualche anno era a capo della comunicazione di una importante partecipata. “Giornalisti di m… - si legge aprendo un post a caso su Instagram tra i commenti – non dite il nome perché siete complici”.
No, questa volta il marcio non c’è. O, meglio, basta tutto quello che c’è già. Il nome, sia inteso, lo sappiamo tutti. Così come tutti hanno fornito un qualche indizio per arrivarci o per fare in modo che i lettori - o gli utenti, o gli spettatori, o i followers – riescano a risalirci facilmente. Non ci vuole troppo, basta guardare chi è stato vicedirettore del TG nazionale di una TV nata da meno tempo di Rai e Mediaset e, poi, andare a vedere se uno dei nomi ricorre anche tra i quadri di una qualche azienda partecipata. C’è stato anche chi ha parlato di una moglie, di due figli. Insomma, l’indizio per non far pensare d’essere rimasti indietro l’hanno fatto tutti. In un gioco al massacro? No, ma in un gioco in cui davvero chiunque fa il mestiere del raccontare è andato in crisi. E se nessuno ha fatto esplicitamente il nome – neanche quelli che generalmente tengono il gas tutto aperto – c’è un motivo che vale più di tutto: i bambini vittime di tutta questa storia. E la Carta di Treviso, appunto.
Ok, i soliti polemici potrebbero obiettare, adesso, che della Carta di Treviso spesso ce ne freghiamo in troppi. Ma gli errori non si fanno per creare precedenti. E meno che mai sulla base di errori precedenti. Fare quel nome, dire come si chiama quel giornalista solo per avere un titolo diverso da tutti gli altri, significherebbe fare anche il nome dei bambini coinvolti. Perché sappiamo benissimo, così come racconta tutta la stampa nazionale oggi, che in tempi di social ci vuole niente di niente a arrivare a un nome. E, magari, anche al nome dell’amante di quel nome. Solo che quell’amante, nel caso specifico, inviava foto di sua figlia. Dei suoi nipoti. E, inevitabilmente, si arriverebbe al nome e al cognome anche di quella figlia e di quei nipoti. Questa volta, signori, fatevi bastare tutto lo schifo che questa storia fa già di suo. Ma non andate a cercarne altro. Perché davvero non c’è e perché nessuno ha ancora fatto quel nome non dovremmo spiegarvelo su MOW, dovreste saperlo da soli affidandovi al semplice, ma sempre nobilissimo, buon senso.