La guerra in Iran avrà presumibilmente conseguenze anche sulle vacanze estive. Fin qui abbiamo parlato del conflitto in termini prettamente economici e geopolitici, tra i costi del conflitto e l'aumento del prezzo della benzina derivante da un blocco, parziale o peggio totale, dello Stretto di Hormuz. C'è però da iniziare a pensare anche al dossier vacanze, che poi è sempre un tema economico ma che merita un'attenzione – e un ragionamento – a parte. Il discorso è semplice: gli scaz*i tra Teheran, Paesi del Golfo e Israele hanno comportato la chiusura di vari spazi aerei in Medio Oriente. Peccato che molte di quelle aree fossero cruciali snodi aerei che garantivano il collegamento tra Europa e Asia. Le grandi compagnie europee, ma più ancora quelle del Golfo, erano infatti solite fare scalo a Dubai, Doha e Abu Dhabi per trasportare migliaia e migliaia di viaggiatori dalle capitali europee alle più gettonate mete asiatiche, o anche nei lussureggianti Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Numerosi voli sono stati cancellati o deviati per via della guerra, con ripercussioni dirette sulle tariffe e sulla disponibilità dei collegamenti. Il fenomeno sta spingendo i prezzi dei biglietti alle stelle. Un esempio? Su alcune rotte monitorate, tariffe che erano sotto i 300 euro sono arrivate a costare fino a oltre 7.500 euro, con incrementi fino al +1.805 % in poche ore. I collegamenti ultra gettonati come Bangkok–Milano hanno segnato aumenti di oltre l’80 %. Una bella mazzata per chi pensava di passare l'estate sulle spiagge di qualche isola thailandese.
Il discorso è semplice: prima dello scoppio della guerra in Iran, più o meno un terzo del traffico aereo mondiale (125 milioni di persone) che transitava tra Europa e Asia faceva scalo nei Paesi del Golfo. E ora? Ci stanno rimettendo le compagnie locali che si erano trasformate in perfetti vettori di lusso, nonché trait d'union eccellenti, tra Oriente e Occidente: Fly Emirates, Ethiad, Qatar Airways. Con la chiusura di ampie porzioni di spazio aereo e la sospensione di molte rotte, oltre 23 mila voli sono stati cancellati nei primi giorni del conflitto e la capacità globale dei collegamenti internazionali è scesa di oltre il 10 %. Allo stesso tempo il conflitto potrebbe rappresentare un’occasione ghiottissima per le compagnie asiatiche, in particolare quelle cinesi. I vettori che operano attraverso scali come Singapore, Hong Kong o i grandi hub continentali di Pechino e Shanghai stanno già assorbendo parte del traffico che prima transitava dal Golfo. I dati del gruppo di viaggi Flight Centre mostrano che i passeggeri business in transito negli aeroporti cinesi tra Europa e Australia sono più che raddoppiati nel giro di pochi giorni, mentre molte compagnie asiatiche stanno aumentando capacità e frequenze sulle rotte dirette verso l'Europa. Ecco, questo potrebbe tradursi nel breve periodo in tariffe più alte, ricavi cargo più robusti e qualche punto di quota di mercato in più per le compagnie asiatiche, mentre i rivali mediorientali sono costretti a ridurre l'operatività.
Il risultato è che la geografia dei cieli potrebbe cambiare, almeno temporaneamente. Alcuni governi e aeroporti asiatici stanno già cercando di sfruttare l'occasione: Hong Kong, per esempio, ha annunciato un piano per aumentare i voli diretti verso Europa e Stati Uniti e rafforzare il ruolo della città come hub di transito, puntando a intercettare i passeggeri che non vogliono più fare scalo in Medio Oriente. Gli esperti invitano però alla cautela: come ricordano diversi analisti del settore, queste crisi spesso ridistribuiscono il traffico solo per qualche mese. Quando lo spazio aereo tornerà sicuro e i grandi hub del Golfo riprenderanno a funzionare a pieno regime, buona parte dei flussi potrebbe tornare dove era prima. Nel frattempo, però, chi sta prenotando le vacanze estive potrebbe scoprire che per arrivare in Asia la strada più semplice passa sempre più spesso dalla Cina. Air China, e non solo lei, è pronta a sfruttare l'occasione...