La Terza guerra del Golfo è realtà, e dopo una settimana, mentre continua l’offensiva di Usa e Israele contro l’Iran e non cessa la risposta di Teheran per mettere sotto pressione l’intera regione, Paesi come l’Italia iniziano a fare la conta dei danni. Questa guerra è un duro colpo a Paesi operanti economie di trasformazione manifatturiera, votate all’export e interconnesse al sistema-mondo come quella italiana, almeno per tre direttrici: energia, inflazione, disruption delle catene del valore. Capire quanto questa guerra ci possa costare è vitale per prevedere eventuali scenari futuri.
Partiamo dal calcolo più semplice, quello del gas naturale: se anche solo si conseguisse come strutturale l’aumento del 41% del prezzo al TTF di Amsterdam acquisito nella prima settimana di guerra per la perdita delle forniture qatariote al mercato del gas naturale liquefatto, giunto a 50 €/MWh, il conto per le famiglie italiane, che nel 2025 hanno speso mediamente 2055 euro per l’oro blu, potrebbe aumentare di oltre 800 euro. Un aumento del 40% del prezzo al metro cubo, oggi a 0,4€, ipotizzando livelli di consumo simili a quelli del 2025 (63 miliardi di metri cubi) potrebbe costare al sistema Paese tra importatori industriali, reti, settore produttivo e famiglie fino a 195 milioni di euro la settimana in extra-costi (rispetto al livello pre-guerra di prezzo). Giulia Giordano, Direttrice Strategia Mediterraneo e Globale del think tank legato a scenari energetici e climatici ECCO, ha dichiarato che “n questo gioco geopolitico, l’Europa e l’Italia rischiano di perdere a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia – con i prezzi del gas naturale già in forte impennata”, mentre gli Usa potrebbero essere i vincitori a causa della possibile sostituzione dei carichi di Gnl qatariota con quello a stelle e strisce.
Parliamo di calcoli prudenziali e ancora grezzi, perché evidentemente nel futuro le aspettative si adatteranno a una nuova realtà, da intendersi come cifre di base a cui aggiungere, potenzialmente, gli effetti a cascata di un prosieguo della crisi. Tra questi, chiaramente, l’inflazione, che potrebbe consolidarsi se si creasse una situazione viscosa di riconfigurazione delle catene del valore globali. Msc, la più grande compagnia di shipping al mondo, ha già inserito sovraprezzi da 500 a 4mila dollari per il costo carburante dei container provenienti dall’Asia Orientale che saranno con ogni probabilità ora costretti a doppiare il Capo di Buona Speranza e che rischiano, in caso di entrata in guerra degli Houthi yemeniti, ulteriori minacce nel Mar Rosso. Altri costi potrebbero verificarsi in materia di prodotti agricoli. Bloccato dalla guerra, lo Stretto di Hormuz che divide Iran e Emirati Arabi Uniti “è fondamentale per il commercio globale di fertilizzanti”, nota The Conversation, aggiungendo che “oltre il 30% dell'urea , il fertilizzante azotato più utilizzato, prodotto a partire dal gas naturale, viene esportato dai paesi del Golfo via mare” e “il 2 marzo i prezzi dell'urea sono aumentati di circa il 14% rispetto al giorno precedente. I fertilizzanti rappresentano una quota significativa dei costi di produzione di molti prodotti agricoli, poco più di un terzo ciascuno per il mais e il grano, ad esempio”. Petrolio e gas sono il dito; la luna è l’economia della trasformazione industriale e manifatturiera globale, a cui si somma anche l’industria alimentare. Secondo Oxford Economics sulle economie avanzate l’impatto inflattivo per il 2026 da uno stato di guerra prolungato potrà essere almeno dello 0,3-0,5% extra, una stima prudenziale ma che già da sola basterebbe a erodere i risicati margini di crescita dell’Italia, mentre per la Banca centrale europea rischia di pregiudicare i tagli ai tassi d’interesse e per gli Usa di Donald Trump crea condizioni ambivalenti. Da un lato, i produttori di Gnl a stelle e strisce faranno affari d’oro. Dall’altro, anche la Fed prevedeva dei tagli ai tassi che ora non si potranno più dare per scontati. Uno studio del 2023 della Bce riteneva possibile il calo dell’1,2% del commercio estero dell’Ue e una salita a quasi 130 dollari al barile del prezzo del petrolio in caso di blocco prolungato dello stretto di Hormuz, mentre i prezzi del gas salirebbero a 83 euro per MWh. Tale scenario non interiorizzava ancora la rivalità geoeconomica totale Usa-Cina, i futuri dazi di Trump, l’ipotesi di un costo globale per la paralisi del Golfo. Quel che all’epoca sembrava catastrofismo ora è un caso di studio. Da “shock” si è presto passati a parlare di crisi. E lo scenario è sempre più cupo.