Tanti saluti dallo Stretto di Hormuz. Mentre i governi occidentali si chiedono se potranno ancora contare su questa importante rotta commerciale, fondamentale per il sostentamento energetico di interi Paesi europei, c'è un Dragone che scorrazza libero nelle acque antistanti le coste dell'Iran. Pare infatti che le navi cinesi continuino a portare in patria il petrolio proveniente dal Golfo Persico, nonostante Teheran abbia chiuso (seppur non ufficialmente) la tratta marittima e minacci di attaccare qualsiasi imbarcazione passi da lì. Significa che per la Cina non è cambiato nulla. Anzi: Xi Jinping può continuare a nutrire le sue industrie di oro nero a buon mercato mentre i suoi rivali sono travolti da dubbi e paure. Anche l'India, un altro gigante energivoro fin troppo ignorato, starebbe dialogando con gli ayatollah per garantirsi un passaggio sicuro, o forse lo ha già fatto. I cosiddetti caz*i amari sono tutti per l'Europa e per i Paesi del Golfo. Il motivo è facile da intuire: dal suddetto Stretto di Hormuz, almeno fino a prima dello scoppio della guerra in Iran, passavano un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto del pianeta, oltre che tante altre cose utili, come un terzo dei fertilizzanti, il 15% di alluminio e il 30% dell'elio assai impiegato per produrre gli imprescindibili semiconduttori. Ecco, il Vecchio Continente era solito importare petrolio e gas da Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti. Usiamo non a caso il passato, perché adesso è difficile prevedere cosa potrebbe accadere.
In caso di chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz succederebbe una mezza catastrofe economica: prezzi globali del petrolio alle stelle, carenze energetiche per l'Europa e per chiunque dipendesse da quella rotta (per maggiori informazioni citofonare a Giappone e Corea del Sud). A sua volta, un improvviso aumento del prezzo del petrolio farebbe lievitare l'inflazione, i costi energetici e sconvolgerebbe i settori industriali in tutto il continente con un effetto domino in pressoché ogni settore (dalla manifattura all'agricoltura). Abbiamo fornitori alternativi? Gli Stati Uniti sarebbero ben felici di incrementare le vendite di gas, facendoci pagare un salasso, mentre la Russia è al momento off limits causa sanzioni e guerra in Ucraina. A proposito: Vladimir Putin gongola per quanto sta accadendo e dalle stanze del Cremlino ha già teso una mano a Bruxelles dicendosi pronto a riprendere gli affari offrendo gas e petrolio. Nel frattempo, gli Usa hanno autorizzato temporaneamente la vendita di petrolio russo immagazzinato sulle navi a causa dell'impennata dei prezzi dall'inizio del conflitto iraniano. Chissà se Donald Trump si rende conto del favore che sta facendo a Putin.
Di sicuro Trump non si è ancora accordo – o forse fa finta di non vedere – che l'assedio iraniano non sta portando frutti particolarmente dolci. Al netto dell'uccisione di Ali Khamenei, secondo le stime di Kpler Teheran sta esportando 2,1 milioni di barili di petrolio al giorno, e cioè poco più di quanti ne vendeva prima dell'inizio delle ostilità. Tradotto: gli ayatollah puntano a infliggere il massimo danno economico ai Paesi del Golfo, e di riflesso all'Europa e agli Stati Uniti, facendo leva sullo Stretto di Hormuz. A proposito: l'economia statunitense gode in parte di una certa protezione dalla crisi, anche grazie all'elevata produzione interna di petrolio. Tuttavia, essendo il petrolio scambiato su un mercato globale, Washington non è esente dal terremoto geopolitico. Goldman Sachs ha ipotizzato uno scenario in cui il Brent raggiunge una media di 98 dollari a marzo e aprile, per poi scendere nel corso dell'anno. Sulla base di questo, ha rivisto al rialzo le previsioni di inflazione negli Stati Uniti per il 2026, portandole a 2,9% (+0,8 punti percentuali), mentre le stime di crescita del pil Usa sono state leggermente ridotte a 2,2% (-0,3 punti percentuali). In uno scenario più estremo, in cui i flussi di petrolio venissero interrotti per un intero mese e il greggio salisse a una media di 110 dollari tra marzo e aprile, l'inflazione potrebbe raggiungere il 3,3% e il pil rallentare al 2,1%. Un bel guaio anche per Trump.