Alla fine, a quanto pare convinto da Benjamin Netanyahu, Donald Trump ha accompagnato Israele nella guerra contro l'Iran. La posta in palio? Non tanto un semplice regime change e neppure la semplice distruzione dei missili o del programma nucleare di Teheran, quanto colpire indirettamente la Cina. Il Dragone, che da anni si è affidato al green, tra pannelli solari, auto elettriche e parchi eolici, è ancora (e lo sarà per molto tempo) un bestione energivoro che necessita di bere svariati milioni di barili di petrolio al giorno per mantenere in piedi il proprio apparato industriale-economico. Dal momento che la guerra dei dazi scatenata da Trump contro Pechino ha avuto lo stesso effetto di un buco nell'acqua (o forse un effetto l'ha avuto: rafforzare i rapporti tra la Cina e gli altri Paesi colpiti dalle tariffe statunitensi), ecco che il tycoon ha pensato bene di lanciargli contro il peso di una guerra energetica. Chiare le intenzioni, a partire da quanto fatto in Venezuela con la rimozione forzata di Nicolas Maduro e una esplicita ipoteca sul petrolio venezuelano, lo stesso che, in quantità non certo irrisorie, imboccava la via asiatica. L'equazione stesa da Trump sulla lavagna è più o meno questa: petrolio venezuelano + petrolio iraniano = grandi problemi per la Cina. Che dovrà inevitabilmente scendere a compromessi per evitare il tracollo.
Attenzione al tempismo del viaggio che Trump effettuerà in Cina. Già, perché The Donald volerà niente meno che da Xi Jinping dal 31 marzo al 2 aprile, ossia tra poche settimane. L'inizio dell'operazione militare contro l'Iran è iniziata a inizio mese e dunque è lecito supporre che gli Stati Uniti cercheranno di terminare il lavoro sporco contro Teheran il prima possibile, così da consentire al tycoon di presentarsi a Pechino trionfante e pronto a sventolare in faccia ai cinesi la bozza di un accordo commerciale salatissimo. “Lo Stretto di Hormuz e le acque adiacenti rappresentano un’importante rotta commerciale internazionale per merci ed energia. Mantenere la regione sicura e stabile è nell’interesse comune della comunità internazionale”, ha intanto dichiarato Liu Pengyu, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington. Trump potrebbe fraintendere la diplomazia cinese scambiandola per paura. La verità è che Xi ha iniziato da tempo a differenziare le importazioni di petrolio, avvicinandosi sempre di più alla Russia di Vladimir Putin, nonché a incrementare l'uso delle rinnovabili (laddove possibile). Non solo: i cinesi conoscono bene le debolezze narcisistiche di Trump e faranno di tutto per far credere al loro ospite che l'attacco all'Iran sia un colpo da maestro. A quel punto ci sarebbe spazio per trattare. In che modo? Magari così, con Pechino disposta a consegnare al presidente statunitense le chiavi dell'America Latina e del Medio Oriente in cambio di Taiwan.
C'è però chi, come l'Hudson Institute, sottolinea come gli Usa intendano tornare centrali nell'Asia-Pacifico. “L'Operazione Epic Fury è stata ampiamente descritta come un attacco straordinario al principale stato sponsor del terrorismo al mondo. È vero, ma trascura una dimensione critica. Per anni, Pechino ha speso miliardi di dollari per trasformare l'Iran in una risorsa strutturale. Colpendo direttamente l'Iran, l'amministrazione Trump sta smantellando, intenzionalmente o per effetto, un pilastro dell'architettura regionale cinese”, ha scritto il celebre think tank statunitense. La Cina acquista oltre l'80% delle esportazioni di greggio iraniano a prezzi fortemente scontati. Le spedizioni viaggiano su una flotta fantasma di petroliere che disattivano i transponder e rietichettano il carico come malese o indonesiano per aggirare le sanzioni americane. L'accordo funziona a meraviglia per Pechino: ottiene petrolio a basso costo per la sua base industriale, risparmiando miliardi all'anno rispetto ai fornitori a prezzi di mercato. E in cambio, la Cina acquisisce influenza su una nazione di 90 milioni di persone che si trova a cavallo del corridoio energetico più importante al mondo. Secondo questa lettura, dunque, Trump avrebbe lanciato l'attacco contro l'Iran perché ogni anno che Washington dedica alla gestione di Teheran è un altro anno che Pechino impiega per rafforzare il suo controllo sul Pacifico. È vero, ma forse gli Usa potrebbero accontentarsi di America Latina, Europa e Medio Oriente...