Pedro Sanchez è finito su tutti i giornali. Di nuovo, verrebbe da dire, visto che ci era riuscito già più volte nel corso del 2025. E per gli stessi motivi: non opporsi alle decisioni degli Stati Uniti. Adesso il dossier scottante riguarda l'Iran. È notizia freschissima il rifiuto di Madrid di autorizzare l'uso delle proprie basi militari (di Moron e Rota) alle forze statunitensi per colpire Teheran. Una decisione a dir poco clamorosa che ha scatenato l'ira di Donald Trump. “Hanno detto che non possiamo usare le loro basi. Nessuno può dirci di non usare le basi. La Spagna non ha una grande leadership”, ha tuonato il presidente statunitense durante un incontro alla Casa Bianca con Friedrich Merz, con il cancelliere tedesco che non ha alzato un sopracciglio per difendere un membro dell'Unione europea attaccato così in mondovisione. “La Spagna è stata terribile”, ha quindi proseguito Trump, aggiungendo di aver chiesto al Segretario del Tesoro Usa, Scott Bessent, di “interrompere ogni rapporto” con Madrid. Qualunque cosa volesse dire il tycoon (parlava di rapporti diplomatici? Politici? Commerciali?), Sanchez non è arretrato di un millimetro. Il primo ministro spagnolo ha ribadito il suo “no alla guerra”: “Non saremo complici di qualcosa di pessimo per il mondo semplicemente per paura delle rappresaglie di qualcuno”.
La Casa Bianca ha quindi provato a incalzare Sanchez spiegando che “la Spagna ha accettato di collaborare con l'esercito degli Stati Uniti nell'ambito del conflitto in corso in Iran” e che “le forze armate Usa stanno coordinando le operazioni con i loro colleghi in Spagna”. Secca e immediata la replica di Madrid, che ha smentito categoricamente la notizia bollandola come falsa. Gli scaz*i tra Trump e Sanchez non sono però, come anticipato, una novità. Il primo ministro spagnolo, per esempio, era stato l'unico a criticare il raid voluto da The Donald in Venezuela per rimuovere Nicolas Maduro. Mentre l'Unione europea, con i suoi alti e altissimi burocrati, predicava “calma e moderazione”, lui, inteso Sanchez, usciva allo scoperto per definire l'azione degli Usa “un'operazione militare illegale che viola il diritto internazionale e il cui unico scopo sembra essere quello di cambiare il governo di un Paese per appropriarsi delle sue risorse naturali”. È stato anche l'unico leader Nato, parliamo sempre di Sanchez, a rifiutare la logica del riarmo alimentata da Washington e il solito Trump (con il sommesso benestare di Bruxelles): per Madrid niente aumento della spesa al 5% del pil per la Difesa. E ancora, la sua è stata l'unica voce istituzionale occidentale a prendere una durissima posizione contro Israele sulla guerra a Gaza. Anzi, Sanchez in persona ha annunciato misure drastiche all'indirizzo di Tel Aviv, come lo stop alla compravendita di armamenti e restrizioni diplomatiche per i coloni e chiunque fosse coinvolto nel conflitto.
Ma perché la Spagna, che è guidata da un leader socialista, appare quasi più sovranista di quei Paesi europei guidati da sovranisti e patriottici veri e propri? La risposta unisce due piani: quello ideologico e quello politico. Per quanto riguarda il primo, è evidente che Sanchez rifiuti le logiche di potere tanto apprezzate da Trump e che adotti un altro modus operandi. Il suo governo dice di voler difendere il diritto internazionale, proteggere i civili da guerre ingiuste e risolvere le controversie attraverso la diplomazia. Sanchez ha poi ricordato il fallimento statunitense della guerra in Iraq, una guerra iniziata per disarmare Saddam Hussein e neutralizzare il terrorismo e finita in un mezzo disastro internazionale. Posizioni condivisibili e di buon senso, quasi populiste, ma che rispondono a precise logiche politiche. Sanchez, infatti, è in enorme difficoltà. In patria è stato colpito da vari scandali che hanno coinvolto collaboratori e familiari, mentre il suo Partito Socialista ha incassato diversi ko elettorali (come quello alle regionali in Aragona). Il Partito Popolare e Vox spingono da destra e, in generale, i richiamati casini interni hanno ridotto il margine di manovra del leader progressista. Senza poter sbandierare riforme e politiche desiderate, ecco che Sanchez si è tuffato negli Esteri. Qui ha trovato un'autostrada vuota e promettente che ha subito imboccato a folle velocità. Gli attacchi a Trump e agli Usa gli servono, dunque, per ottenere consensi internazionali – dove è uno dei pochi leader di sinistra rimasti - e nazionali. Dovrà però fare attenzione a non schiantarsi (politicamente parlando, si intende) contro il guardrail. Per sue distrazioni o per qualche colpo di mano esterno...