Aldo Grasso sul Corriere della Sera ci ha scherzato amaramente su, sostenendo che ci vorrebbe la separazione delle carriere anche tra i professionisti che si occupano di processi veri e processi mediatici paralleli. E’ una nota di cinismo, ma ci sta tutta. Anche se ieri sera a Farwest è andata in scena una pagina bella davvero – e pure seria – nel gran circo generale che c’è intorno al delitto di Garlasco. Sì, il “duello” tra legali nel Farwest di Salvo Sottile ha riconciliato con il dibattito televisivo. Quello vero, dove non si recita a soggetto, ma si combatte per una convinzione. Vedere Giada Bocellari, storica legale di Alberto Stasi, e Gianluigi Tizzoni, storico legale della famiglia Poggi, dirsele e darsele senza scadere mai in toni da fiera di paese è qualcosa di cui avevamo bisogno, soprattutto adesso che tra consulenza Cattaneo e BPA segretate, le notizie vere da dare sono poche.
Da una parte la grinta di chi difende Alberto Stasi, “convinta che quella cella in cui Alberto sta da 11 anni sia un errore giudiziario grande come una casa”, dall’altra la fermezza di chi rappresenta la famiglia Poggi che difende in ogni modo e a ogni costo la verità scritta in Cassazione. Nessun giro di parole. Nessuna ipocrisia. Qualche attacco velato (forse qualcuno di troppo a chi non c’era), ma un duello vero: Tizzoni che ribadisce la colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio” e la Bocellari che gli risponde smontando anche la tesi del dispenser di sapone ripulito. Insomma, se proprio devono esistere i processi mediatici, questo "Far West" della giustizia è la misura che ci vorrebbe sempre, dove le posizioni sono opposte, ma la dignità resta intatta.
Peccato davvero, quindi, per quello che è successo nella stessa puntata, quando la stessa eleganza degli ospiti ha dovuto fare il paio con qualcosa di decisamente volgare. E triste. Perché se il confronto tra i legali è stato un esempio di dialettica, il servizio dedicato ad Albina Perri, direttrice di Giallo, è scivolato in un qualcosa che onestamente andava risparmiato. Vedere un’inviata lanciarsi in un agguato al grido di “regina della fake news”, inseguendo una collega tra garage e locali pubblici per incalzarla è stato un momento di profonda tristezza. E di bassissima televisione, al di là di chi ha ragione su cosa. Qui, infatti, non c’entra il merito delle inchieste o quanto possano piacere i titoli di una rivista specializzata. C’entra la deontologia. C’entra quel minimo di solidarietà che dovrebbe esistere tra colleghi che fanno il mestiere del raccontare. C’entra il rischio – assolutamente non velato – di trasformare questioni personali in derby per tifosi, senza aggiungere un briciolo di verità al caso Garlasco. Ma, semmai, togliendo a tutti – visto che certi goal sono spesso anche autogoal - molta credibilità.
Tra l’altro, anche quella Cassazione di cui (giustamente) si difendono le sentenze anche quando sembrano reggere sempre più a fatica, pure recentemente è stata chiara sul giornalismo d’inchiesta (quello di Giallo e non solo), riconoscendogli non certo il diritto a generare fake news, ma comunque una tutela estesa come l’ammissione di un rischio ulteriore di incappare in verità parziali o errori. La definizione precisa è “attenuazione del canone di verità”: al giornalista d’inchiesta non si chiede più la veridicità assoluta e notarile, doverosa nella cronaca, ma la lealtà nell'indagare e mettere insieme i pezzi del puzzle a cui si sta lavorando. Sempre la Cassazione, tra l’alto – e vale per tutti -, ribadisce che l'autonomia non autorizza la gogna mediatica né l'insulto e che la continenza del linguaggio e il rispetto rimangono paletti invalicabili. E poi, diciamolo chiaramente, chi, in questo mestiere, è davvero senza peccato o senza abbagli grossi presi?
Nel frattempo, lontano dalle telecamere e sul fronte vero dell’inchiesta, il team legale di Andrea Sempio ha appena tenuto un summit operativo con l’avvocato Cataliotti, Marina Baldi e Armando Palmegiani. L'obiettivo? Arruolare un medico legale per controbattere alla consulenza Cattaneo, che potrebbe aver riscritto l’orario della morte di Chiara Poggi. Ma il vero cortocircuito, quello che fa sorridere se non ci fosse di mezzo un omicidio, riguarda proprio Palmegiani. Il criminologo, oggi consulente della difesa di Sempio, si ritrova in una posizione quantomeno scomoda: in un precedente parere pro veritate scritto per la difesa di Stasi, descriveva l’impronta palmare 33 — quella attribuita a Sempio — come la traccia indelebile dell’assassino sulla scena del crimine. Una mano sporca di sangue o residui, diceva, lasciata da qualcuno che voleva guardare il corpo di Chiara senza scendere i gradini. Oggi, passato dall’altra parte della barricata, Palmegiani si scopre improvvisamente più prudente. Solo che, con una giocata da scacchisti, i legali di Stasi, come confermato proprio a Farwest da Giada Bocellari, quel parere pro veritate l’hanno depositato agli atti della stessa Procura di Pavia e nello stesso fascicolo in cui Palmegiani, ora, è presente come consulente di Andrea Sempio.