Un tempo c’erano i giornalisti con la schiena dritta. Adesso sono pochi, ma ci sono ancora: peccato che oltre alla schiena dritta abbiano, quasi sempre, pure le tasche vuotissime e le spalle scoperte. Risultato? Quelle querele che un tempo erano medaglie al valore, oggi sono la certezza matematica di dover andare a chiedere l’elemosina per campare, mentre si firmano assegni agli avvocati. È una sintesi brutale, d'accordo. Magari un po’ romanzata, ma la realtà è questa. Vale per i cronisti di provincia e, purtroppo, ormai vale pure per i grandi nomi. È la risposta immediata al perché certi temi non si toccano, certe questioni restano nel cassetto e su alcuni argomenti — quelli che infiammano il web e la gente — la TV e le grandi testate preferiscono girarsi dall’altra parte. O fare i timidoni. Il gioco, insomma, non vale più la candela. E chi vuole provare lo stesso a tenere accesa la fiamma della verità, o almeno quella del racconto senza guinzaglio, deve farlo a suo rischio e pericolo. Inevitabilmente, dunque, quelli che Montanelli chiamava “i cani da guardia del potere” sono finiti sui cuscini comodi di qualche famiglia o nei “canili” dei social. A fare da soli.
Un esempio? Nessuna testata giornalistica avrebbe mai autorizzato la pubblicazione anche solo di un quarto di tutto quello che Fabrizio Corona ha vomitato nel suo Falsissimo. O ancora: nessuna redazione — neanche quelle televisive che campano di share — ha dato spazio, anche solo per fare il proprio mestiere e verificare, ai vari “scoop” sul caso Garlasco portati avanti da personaggi più o meno qualificati in questi mesi di ossessione per Chiara Poggi che hanno comunque fatto dei gran lavori di ricerca di materiale e non solo. Se nei giornali e in TV ormai non si può scrivere o dire tutto — nemmeno quando è vero e verificatissimo — sui social c’era ancora uno spiraglio per i coraggiosi. Solo che sta per finire tutto anche lì. E forse c’è da aver paura sul serio.
Sia inteso: nessuno vuole difendere i pascoli dell'odio, le fabbriche di fake news o i confezionatori di realtà strumentalizza. Ma è impossibile non notare come la “necessità di regolamentare l’albo degli influencer torni a galla, in Italia, in gran silenzio (a fine febbraio la prima scadenza e pene salatissime per chi non si iscrive) ogni volta che qualcuno sul web pesta i piedi ai potenti di turno. Vogliamo davvero credere sia un caso che si sia tornati a correre per imbrigliare chi ha numeri e canali proprio adesso che Corona ha preso a cannonate certi ambienti intoccabili? Le regole servono, per carità, ma il "far west" dei social è un ecosistema in verità già normato. Non è servita una legge del Parlamento: è bastata una sterzata amministrativa dell’Agcom che, già nel 2024, ha allungato i tentacoli del TUSMA (il Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi) sui creator digitali.
Oggi, nel 2026, i macro-influencer sono già equiparati agli editori televisivi, con sanzioni che possono toccare la cifra monstre di 600.000 euro. Ma questa impalcatura che adesso si vuole rendere ancora più imponente e con grande velocità serve davvero a proteggere i minori dalle pubblicità occulte o sta diventando un sofisticato guinzaglio per imbavagliare? Nascerà un consiglio (ma composto da chi?) e multe con tanti zero per “chiunque osi fare disinformazione”. Senza capire, però, cosa è disinformazione e chi ha il titolo per capire quando si configura. L’istituzione di un fantomatico albo mentre ci si interroga se ha davvero senso che esistano ancora gli albi in tutte le altre professioni che ne prevedono fa oggettivamente pensare male. Anche se non esiste un ordine come quello dei giornalisti, infatti, l'obbligo di iscrizione al ROC per i grandi creator funge già da anagrafe di Stato. A questo si aggiunge la proposta del Tavolo Tecnico dell'Agcom per un elenco pubblico basato su un Codice di Condotta etico.
Se da un lato il "bollino di qualità" promette di ripulire il mercato dai farabutti, dall'altro introduce una tracciabilità totale che puzza di controllo. Il rischio è quello di una "censura solo apparentemente amministrativa" e pure mascherata da etica: un contesto dove l'autorità può decidere cosa sia "offensivo" o "contrario al sentimento civile" con margini di discrezionalità enormi. E quindi, col potere di mettere il bavaglio. Gli obblighi – sacrosanti - di trasparenza come l’#adv sono ormai un dogma, così come i sistemi di age-gate, ma il futuro riserva ulteriori strette che piovono dall’alto invece di nascere come esigenza democratica. L’Agcom, inutile negarlo, rischia di diventare un "editore ombra" e la schedatura statale un “ritorno al futuro” di cui si può fare a meno. Soprattutto quando se ne parla solo in certi momenti.