Nel mondo di oggi una buona fetta delle persone parla, si esprime, lavora, vive tramite i social network. In particolare nel mondo della comunicazione i social sono ormai una prima pagina, un canale diretto con l'utente, un enorme amplificatore e strumento di lavoro. Beh, non stiamo forse virando verso la distopia? Ma non perché viviamo sui social, quello è semplicemente lo specchio dei tempi che avanzano, dei media che evolvono. Bensì perché la nostra voce sui social è affidata al controllo di un Grande Fratello automatizzato, una macchina, un algoritmo. E nel mondo digitalizzato di oggi oscurare i profili social equivale a tagliare la lingua. Lo scriviamo proprio oggi, quando i profili social di Fabrizio Corona sono stati rimossi dopo l'iniziativa dell'ufficio legale di Mediaset. Ma ancor più grave è quanto successo ieri alla direttrice del settimanale Giallo Albina Perri. Andiamo con ordine:
Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo dedicato alla cronaca nera, è una delle principali peroratrici della causa di Alberto Stasi. Non una cieca difesa, ma l'evidenziazione di alcune discordanze e elementi bui all'interno dell'indagine che ha portato alla sua condanna. Perri aveva pubblicato sui social una notizia sul caso Garlasco. Secondo quanto da lei verificato, sul computer di Chiara Poggi sarebbe stato trovato materiale peδop*ornografico. Oltre a ricerche dello stesso genere, non effettuate né da Chiara né da Alberto Stasi. Chi cercava quelle cose su quel computer? Una domanda legittima che apre a nuovi scenari sul delitto di Garlasco. Tanto è bastato però, nel surreale mondo degli “appassionati di Garlasco”, a farla finire nel mirino dei “supporters di Andrea Sempio”. Sì, intorno al delitto gravitano pagine e gruppi social a supporto degli indagati, un fenomeno che meriterebbe una riflessione a sé. In particolare la community della pagina “Taccia The Queen”, dal nome di Angela Taccia avvocato di Andrea Sempio, avrebbe segnalato in massa il post. Le segnalazioni, unite alle parole poco “consone” per l'algoritmo contenute nell'articolo, hanno fatto scattare il blocco della pagina. La direttrice del settimanale è riuscita a riottenere i suoi canali social solo oggi dopo essersi interfacciata con degli operatori “umani” di Meta. Denunciando sui pochi canali rimastigli l'accaduto.
Ma che ne sarà dell'informazione se la nostra voce è in mano a un algoritmo? Che può censurare o meno in base alle segnalazioni di ignoti. L'intelligenza artificiale, per quanto raffinata, non avrà mai la sensibilità, la capacità di analisi e di discernimento della mente umana. Questo episodio, che il caso ha voluto capitasse proprio in concomitanza di quello di Fabrizio Corona, non può che portare alla luce una riflessione. Perché se l’informazione può essere sospesa, oscurata o silenziata da un algoritmo sulla base di segnalazioni anonime, il problema non è solo tecnico, ma democratico. Il punto non è difendere un singolo caso, ma interrogarsi su chi abbia oggi il potere di decidere cosa può essere raccontato e cosa no. Se il controllo dell’informazione viene demandato a sistemi automatici, senza contesto né responsabilità è in gioco la nostra possibilità di informarci, da cittadini consapevoli. E il problema non è l’uso dei social, è il potere che abbiamo deciso di concedergli.