Gli Usa come terra di libertà, paradiso per gli individui, culla della democrazia. Anzi: democrazia perfetta e da prendere come esempio per un'Europa che non sa più decidere e funziona sempre peggio. Questa retorica molto comune, che abbiamo sentito rammentare numerose volte, rischia oggi di fare la stessa fine della neve sotto al sole: evaporare. Se la prima amministrazione guidata da Donald Trump aveva fatto emergere qualche dubbio di tenuta democratica per gli States, il secondo mandato del tycoon ha convinto ulteriormente gli osservatori della strana deriva presa dagli Stati Uniti. “Una deriva imperialista”, dicono a sinistra. “Una deriva fascista”, urlano i progressisti più attenti alla tutela dei diritti umani e delle minoranze. “Una deriva illiberale”, fanno notare persino certi liberali terrorizzati della lenta erosione delle istituzioni. “Una deriva e basta”, fanno notare tutti gli altri critici. La guerra contro l'Iran, portata avanti da Trump appoggiando Israele, ha fatto ora emergere un nuovo tratto insito nel Dna statunitense. Un aspetto fin qui ignorato, marginalizzato o tutt'al più ironizzato: quello del fondamentalismo religioso. Quindi gli Stati Uniti stanno combattendo una guerra di religione? Sì e no.
No, perché ufficialmente l'operazione militare contro l'Iran serve a disarmare Teheran e privarlo del suo programma missilistico, forse per danneggiare gli interessi energetici della Cina e forse anche per aiutare Benjamin Netanyahu che da tempo sogna di “finire il lavoro” in Medio Oriente, regolando cioè i conti con i numerosi nemici regionali. Sì, la guerra in corso può essere vista come una guerra di religione perché a convincere Trump non è stata la sua base elettorale più nutrita, bensì la somma di due ali estreme: una fetta dell'estrema destra Maga (quelli di Make America Great Again) e i fanatici cristiani. Già, perché con il Donald bis hanno recuperato terreno i fondamentalisti cristiani di ogni tipo (una galassia variegata che non stiamo qui a spiegare nel dettaglio). Gli stessi che, per fare un esempio, nello Stato della Louisiana hanno spinto per rendere obbligatoria l'esposizione dei Dieci comandamenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Gli stessi, sotto le sembianze questa volta di pastori evangelici, che, qualche giorno fa, sono stati ricevuti nello Studio Ovale, alla Casa Bianca, per riunirsi attorno a Trump e pregare. Per lui, si intende, e per le truppe statunitensi impegnate in Iran.
Insomma, l'Iran non è più soltanto un avversario geopolitico da abbattere ma il Male Assoluto da neutralizzare dalla faccia della Terra. È stato un tizio come Lindsey Graham, un senatore repubblicano, neoconservatore di ferro e fautore della postura bellicista statunitense, nonché amicissimo di Trump, a dichiarare che “questa è una guerra di religione”. E aspettate a sentire cosa combina Pete Hegseth, di professione ministro della Difesa, perché uno degli uomini più importanti degli Usa è un seguace di Douglas Wilson, teologo e predicatore “post millenarista” dell’Idaho, ha istituito regolari sedute di preghiera al Pentagono e segue dottrine teocratiche legate a sette evangeliche. Ecco: con Trump al potere, gente del genere decide le sorti del Paese. Benvenuti dunque nella “teocrazia americana”, come il titolo del saggio scritto da Kevin Phillips nel 2007, La teocrazia americana, che, con una ventina d'anni di anticipo sui fatti attuali, spiegava nel dettaglio cosa si nascondeva nei meandri della democrazia migliore del pianeta. Phillips era stato chiaro: il fondamentalismo religioso, unito alla dipendenza dal petrolio e al debito, avrebbe potuto minacciare la tenuta degli Usa. Nello specifico, nota l'autore in un saggio da recuperare, la religione evangelica influenza sempre più la politica nazionale americana, mentre l'alleanza tra religione, potere politico e interessi economici rischia di minacciare la democrazia Usa. In che modo? Favorendo una preoccupante deriva teocratica...