Ma chi è Battista, il nuovo rapper che ti spacca la testa? No, non perché parla di risse e violenza. E neanche perché il suo flow lesto e strettamente campano rischia di suonare fastidioso alle orecchie di chi non è partenopeo. Capiamoci: non si capisce un cazzo. Per fortuna nel reel pubblicato su Instagram, Battista ha scelto di inserire i sottotitoli al suo brano omonimo. Per questo, se si ha la pazienza di fermarsi un istante in più ad ascoltare (e leggere) si capisce subito che questo nuovo rapper di Castel Volturno può fare la differenza. Il fatto è che quella pazienza viene suscitata ancora prima che inizi la comprensione: ti viene subito voglia di smettere di scrollare; perché Battista ha una cosa che non tutti gli emergenti hanno: il carisma. Il suo sguardo che guarda la camera è così penetrante da non lasciare dubbi sulla verità che ti sta narrando. Non sono pochi quelli che lo ritengono un industry plant perché sin dalle prime battute era seguito da grossi nomi del rap e della cultura, la verità è che anche se fosse potremmo dire che, in questo caso, il gioco vale la candela. Lo capiremo tra qualche mese. Capiremo se Battista sarà un altro destinato a scomparire o avrà altro da lasciare alla musica italiana.
Nel panorama ormai saturo e spesso prevedibile della scena rap italiana, dove l’omologazione sembra l’unica valuta di scambio garantita, l’esordio di Battista arriva con una violenza inaspettata che ci desta tutti. Il suo primo capitolo discografico - prodotto da Matteo Parisi e mixato da Alfredo Maddaluno - mette in scena un vero e proprio atto di resistenza identitaria, un concept capace di incassare subito l’attenzione di pesi massimi del calibro di Marracash e Roberto Saviano. Al centro del brano non ci sono le solite retoriche sulla rivalsa sociale da centro commerciale. Battista è radicale. La narrazione affonda le radici in un trauma intimo: la storia del suo mancato aborto. Tutto ruota attorno a una diagnosi medica frettolosa che dava il futuro artista spacciato al 90% per una presunta patologia genetica. In un pezzo recitato interamente in un dialetto stretto, viscerale e privo di edulcorazioni, l'unica frase pronunciata in italiano standard è proprio la sentenza clinica del medico (“C’è una translucenza nucale notevole... il 90%”). Un espediente stilistico brutale che contrappone la freddezza burocratica delle cifre sanitarie con la scelta familiare, quasi sacrale, di non interrompere la gravidanza. L’italiano viene usato per creare questo contrasto tra l’algida società in camice bianco che parla di morte e il calore avvolgente di una famiglia del Sud che sceglie la vita. Praticamente a sentire Battista si rischia quasi si diventare antiabortisti. Il che è tutto dire.
Il lavoro di Battista rompe con i canoni estetici tradizionali anche sul piano sonoro e visivo. La traccia affianca alle metriche rap il suono antico e ancestrale delle zampogne e delle ciaramelle (suonate da Robert Sciuscianàso e Pasquale Frallicciardi), recuperando un’iconografia pastorale che si fonde con la modernità senza alcun rimpianto nostalgico per gli anni Duemila. Ad amplificare l’impatto del brano c'è poi la scelta della location per il videoclip ufficiale: la Chiesa Cristiana Evangelica “Emmanuele” al Villaggio Coppola, guidata dal Pastore Simone Malerba. Scegliere il litorale di Castel Volturno significa calarsi in uno dei territori più mediaticamente ghettizzati d'Italia, ma Battista lo fa rifiutando la vetrina della cronaca nera e proteggendo la propria identità dietro un solo elemento di riconoscimento: il CAP 81030, comune a diverse località del casertano. Il risultato finale è un’opera spiazzante, capace di trasformare il racconto di un errore medico e di una scelta di pancia in una preghiera profana sul valore dell'esistenza, lasciando un segno nitido in un panorama musicale che aveva disperatamente bisogno di storie vere e il fatto che lui ci stia narrando la sua mentre lucida il pavimento rende l’immagine ancora più impattante. Ormai la musica, in termini di immagine, funziona per sottrazione: più si è ancorati alla realtà quotidiana, alla potenza dei gesti semplici, più funziona.
Sia chiaro: con il dibattito “aborto” ancora aperto in ambito politico e non solo, questa canzone può arrivare anche come una provocazione: anche la cover art del singolo raffigura l’ecografia fetale dell’artista. Vannacci potrebbe avere la brillante idea di promuoverlo per questo, ma noi preghiamo che la politica non metta la mano sulla genuinità di Battista, strumentalizzando come fa di solito. La verità è che questo è solo uno storytelling fatto bene, che racconta di una storia reale e non ha la pretesa di sollevare polemiche sociali. Forse anche per questo ci piace tanto. D’altronde da Persona di Marracash è apparso chiaro a tutti: di musica intimista ne abbiamo sempre più bisogno.