Come si fa a scrivere di Digger senza spoilerarne il senso? È difficile, come difficile deve essere stato scrivere questo film per Alejandro González Iñárritu con un Tom Cruise nella prova attoriale della sua vita, e una trama strana, impossibile quasi da decifrare, come spesso accade nel cinema del regista messicano. Digger ricorda il film premiato agli Oscar, Birdman o L'imprevedibile virtù dell'ignoranza, ma pure il dimenticato (da molti) Bardo, la cronaca falsa di alcune verità, la geniale fotografia, a cura del tre volte Premio Oscar (per tre anni di fila) Emmanuel Lubezki, è grigissima, spenta, buia come lo sono le espressioni sulle facce dei personaggi, loro, corpi freddi, vecchi, come cadaveri. D’altronde, siamo lontani nel tempo in Digger, ed è tutto finito, o quasi. Perché l’ultimo film di Iñárritu è disastroso, ma nel senso che immortala un universo allo sfacelo. La crisi climatica, una generazione di anziani, maschi che hanno inflitto la spada sanguinosa del potere nella carne del mondo. La grande America e la piccola Europa. La trama riassunta in una riga, o poco più, è questa: un magnate del petrolio, tale Digger Rockwell, deve salvare la Terra da un disastro ambientale causato accidentalmente dalla sua stessa azienda. E chissà se è la distopia quella che vedrete al cinema e non la presunta conseguenza delle nostre scelte. Usciti dalla sala, chi gridava al capolavoro, chi si annotava l’ennesimo annunciato disastro, perché stare nel mezzo, davanti a un film così mastodontico è praticamente impossibile. Come una montagna di pietra in un sentiero, un ammasso grigio che si posiziona nel bel mezzo di un percorso. Così Digger. Pesante, enorme, scritto perfettamente, un film che non lascia spazio, ma se lo prende tutto e un po’ ci blocca. Come in una strada in salita.
Tra i punti più affascinanti del film, c’è il conflitto interiore del protagonista che sembra riflettersi all’esterno. Se Digger ha paura, se lui teme, attorno a sé gli eventi non possono che scuotersi. Realtà e finzione, fede e laicità, tutto diventa uno spettacolo. Ma è uno spettacolo utile, come quello che i greci andavano ad ammirare per lunghe notti, per raccapezzarci qualcosa sulla società: così noi andiamo a vedere Digger per prevedere il nostro futuro, anzi, per capire come evitare che le cose vadano in questo modo.
Con interpretazioni eccelse da parte di tutto il cast del film, il presidente degli Stati Uniti Compson (interpretato da John Goodman), il ricercatore Ganesh (Riz Ahmed), in questa idea nata tanto tempo fa, tocchiamo un'opera che è un atto di coscienza e di rielaborazione collettiva di un trauma dove non sono più il singolo e i suoi non detti a essere messi in discussione, ma quelli di una comunità intera subordinata a un destino tremendo. E la verità è che non è semplice Digger. E non sarà una recensione a chiarirlo. Anche quando, in una scena, ci troviamo nell'aula di un tribunale, con gli spalti affollati di gente incazzata, momento che sembra voler dire che noi tutti siamo complici del pianeta al collasso, Iñárritu non fa altro che fornirci solo un'idea di risposta, per poi lasciarci intuire che la spiegazione è un'altra. Lo svelerà un momento dopo, quando sarà lui stesso che, persino in Digger, troverà il modo di criticare ciò che ha appena messo in scena.