Se c’è una cosa che ci si porta a casa dalla visione di The Bibi Files, documentario diretto da Alexis Bloom e prodotto, tra gli altri, da Alex Gibney, è che Benjamin Netanyahu, nonostante abbia dominato, de facto, la politica israeliana per buona parte degli ultimi trent’anni, non è la sola e principale causa di un Paese che sembra essere entrato in una crisi profondissima. Bibi è un sintomo. Forse il sintomo più acuto e pericoloso, ma comunque il sintomo di una malattia, anzi di un avvelenamento più generale e, se possibile, pervasivo, che riguarda il rapporto tra politica, potere economico, informazione e istituzioni. E lo si capisce bene nel racconto di Bloom, che nasce prima dei fatti del 7 ottobre 2023 e della conseguente guerra israeliana a Gaza e che, proprio per questo, permette di guardare ciò che è accaduto dopo attraverso una lente diversa da quella, ormai quasi esclusiva, del conflitto. Infatti il film ci mostra come, ben prima dell’attacco terroristico guidato da Hamas del 7 ottobre, la ferrea volontà, quasi una necessità biologica nel modo in cui viene raccontata da Bloom, di Benjamin Netanyahu di conservare il proprio potere e la propria figura assolutamente centrale all’interno del Paese, insieme all’obiettivo di sopravvivere politicamente a una vicenda giudiziaria durissima che lo ha coinvolto e che è centrale nello stesso documentario, abbiano finito per intrecciarsi sempre di più con la politica israeliana di questi ultimi anni. Non significa, naturalmente, che ogni scelta compiuta da Netanyahu possa essere spiegata con i suoi processi, né il documentario è in grado di dimostrare una relazione causale così semplice, ma è proprio la progressiva sovrapposizione tra interesse personale, sopravvivenza politica e gestione del potere a rappresentare una delle tesi fondamentali di The Bibi Files.
Per comprendere come questo sia potuto accadere, ovvero come un singolo leader sia stato in grado di mantenere una posizione di tale centralità per così tanto tempo in una democrazia parlamentare come quella, almeno sulla carta, israeliana, è utile capire anche il sistema di relazioni che negli anni ha circondato Bibi. E quindi non soltanto politica e alleanze parlamentari, ma uomini d’affari, grandi interessi economici, rapporti con il mondo dell’informazione e una famiglia, incarnata soprattutto dalla moglie Sara e dal figlio Yair, che il documentario presenta non come una semplice presenza privata alle spalle del premier, ma come parte integrante dell’universo politico e personale costruito intorno a Netanyahu. Il documentario si snoda quindi attraverso le registrazioni degli interrogatori condotti dalla polizia israeliana tra il 2016 e il 2018 nell’ambito delle indagini che avrebbero portato, nel 2019, all’incriminazione di Netanyahu per frode e abuso di fiducia e, nel cosiddetto Case 4000, anche per corruzione, accuse che il premier israeliano ha sempre respinto dichiarandosi non colpevole. Con un montaggio sempre molto serrato da parte di Alexis Bloom vediamo così le risposte di Netanyahu agli investigatori, nelle quali spesso nega, contesta o dice di non ricordare, intervallate dalle sue dichiarazioni pubbliche, dove appare molto più battagliero e baldanzoso, passando poi alle testimonianze di collaboratori, uomini d’affari e persone coinvolte nelle indagini che offrono ricostruzioni spesso molto diverse da quella del premier. Ed è qui che The Bibi Files comincia realmente a diventare qualcosa di più di un documentario su una vicenda giudiziaria, perché ciò che emerge dal racconto di Bloom non è semplicemente un singolo episodio, né la dimostrazione definitiva di un sistema di corruzione generalizzata (stabilire le responsabilità penali spetta ai tribunali) ma una rete di rapporti, favori, interessi, accessi privilegiati e reciproche convenienze cresciuta attorno a un uomo che per decenni è stato uno dei centri gravitazionali della politica israeliana. La famiglia Netanyahu, e il documentario lo sottolinea con viva forza, appare quasi sommersa dai regali provenienti da ricchissimi uomini d’affari: sigari, champagne, gioielli e altri beni di lusso che sono al centro del cosiddetto Case 1000 e che Netanyahu ha sostenuto fossero regali ricevuti nell’ambito di rapporti di amicizia.
Ecco allora che quei sigari e quelle bottiglie di champagne smettono molto presto di essere soltanto sigari e champagne e diventano, nel racconto del film, la porta d’ingresso dentro un sistema molto più grande. Seguendoli si arriva agli uomini che li hanno regalati, ai rapporti che avevano con Netanyahu, agli interessi economici che gravitavano intorno alla politica e, successivamente, al rapporto quasi ossessivo con l’informazione che emerge dagli altri procedimenti. Non è necessario sostenere, come sarebbe del resto falso, che un intero popolo si sia inginocchiato davanti a Netanyahu: una parte enorme della società israeliana lo ha contestato duramente e le gigantesche proteste del 2023 contro la riforma giudiziaria sostenuta dal suo governo sono lì a ricordarlo. Il punto, semmai, è forse ancora più inquietante: Netanyahu è riuscito a rimanere centrale non perché Israele fosse diventato unanimemente Bibi, ma nonostante Israele fosse, e sia ancora, profondamente diviso su di lui. Ed è proprio questa contraddizione a rendere più interessante la tesi del documentario e, in fondo, anche la figura di Netanyahu come sintomo anziché come semplice causa: nessun leader conserva un potere del genere per così tanto tempo soltanto grazie alla propria volontà, ma ha bisogno di voti, alleati, interessi convergenti, gruppi economici, relazioni e persone che, per convinzione politica o per convenienza, abbiano qualcosa da guadagnare dalla sua permanenza al centro del sistema. Noi vediamo i sigari e lo champagne che Bibi accetta, ma seguendo quelle casse di champagne capiamo soprattutto chi siano le mani che le hanno inviate, quali rapporti abbiano costruito con il potere e quale sistema di interessi sia cresciuto, negli anni, intorno all’uomo che più di ogni altro ha segnato la politica israeliana contemporanea. Ma, come detto, non ci sono soltanto i sigari e lo champagne, perché a poco a poco The Bibi Files allarga il proprio campo e quello che inizialmente potrebbe sembrare il racconto, persino piuttosto classico, di un uomo politico accusato di aver confuso rapporti personali, interessi privati e funzione pubblica diventa qualcosa di molto più grande, ovvero il racconto di come la conservazione del potere possa diventare essa stessa una forma di esercizio del potere. Ed è qui che entrano in gioco non soltanto Sara e Yair Netanyahu, moglie e figlio di Bibi, che nel documentario appaiono come presenze tutt’altro che marginali nell’universo personale e politico del premier, ma soprattutto il rapporto con l’informazione, quasi un’ossessione nel racconto costruito da Bloom, perché controllare il potere significa anche controllare, o quantomeno tentare di influenzare, il modo in cui quel potere viene raccontato. È infatti questo uno dei terreni degli altri procedimenti che coinvolgono Netanyahu. Nel cosiddetto Case 2000 l’accusa riguarda le conversazioni tra Bibi e Arnon Mozes, editore di Yedioth Ahronoth, e la presunta intesa per ottenere una copertura più favorevole al premier in cambio di iniziative che avrebbero potuto danneggiare Israel Hayom, principale concorrente del quotidiano. Netanyahu, in questo caso, è imputato per frode e abuso di fiducia. Nel Case 4000, invece, l’accusa sostiene che Netanyahu abbia favorito sul piano regolatorio gli interessi di Shaul Elovitch, allora azionista di controllo del colosso delle telecomunicazioni Bezeq, in cambio di una copertura favorevole da parte del sito d’informazione Walla!, all’epoca controllato dallo stesso Elovitch. È questo l’unico dei tre procedimenti nel quale Netanyahu è imputato anche per corruzione, oltre che per frode e abuso di fiducia. Netanyahu, che si è dichiarato non colpevole, ha sempre respinto le accuse. Ecco allora che il quadro comincia a diventare più chiaro e anche più inquietante, almeno seguendo la costruzione narrativa di Bloom, perché i regali, i sigari e lo champagne non sono più episodi isolati, ma diventano pezzi di una storia. Di una storia dell’orrore, ma vera.