In principio era tutta colpa delle auto elettriche cinesi. La Commissione europea, frustrata per la continua espansione degli Ev Made in China e la conseguente erosione dell'automotive continentale, nel 2023 ha lanciato un'indagine anti sovvenzioni sui veicoli provenienti da oltre la Muraglia decidendo, alla fine, di ricorrere all'extrema ratio dei dazi. Poi nel mirino dell'Ue sono finiti gli e-commerce cinesi. Temu, AliExpress, Shein avevano riscosso un successo talmente enorme tra i consumatori europei, con offerte sensazionali e prodotti low cost, che a Bruxelles sono stati costretti a reagire di nuovo. L'Europa, senza citare mai espressamente la Cina, ha introdotto una tassa temporanea di 3 euro sui pacchi extra-Ue di valore inferiore a 150 euro, in aggiunta a una nuova commissione di gestione (handling fee) di 2 euro per articolo prevista a partire dall'1 novembre 2026. Non è servito nemmeno questo a smuovere il surplus commerciale tra Ue e Cina arrivato nel 2025 a 360,6 miliardi di euro, già aumentato del 9% nel primo semestre dell'anno, e in crescita di 1 miliardo ogni giorno che passa. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione e a corto di idee, ha quindi incaricato Maros Sefcovic, commissario europeo per il Commercio, di guidare i negoziati con la Cina nel tentativo di raggiungere risultati concreti entro ottobre. Il tempo è scaduto e non sono arrivati progressi.
Anziché raggiungere un compromesso c'è il rischio di creare nuove tensioni che porteranno direttamente a una guerra economica aperta tra Europa e Cina. Il Financial Times ha infatti scritto che l' Unione Europea avrebbe chiesto al Dragone di limitare volontariamente le esportazioni di veicoli ibridi e di altri beni, come i prodotti chimici. Non solo: Bruxelles vorrebbe che i cinesi acquistassero più prodotti europei per aggiustare il deficit. Von der Leyen continua a ripetere in ogni sede che verranno utilizzati “tutti gli strumenti a disposizione per riequilibrare il nostro rapporto”. L'obiettivo è quello di salvare quel che resta del comparto industriale europeo. Peccato che la Cina abbia rispedito al mittente ogni accusa di responsabilità. E dunque? Francia e Germania vorrebbero chiedere a Bruxelles di limitare la quantità di determinati prodotti che possono entrare nel mercato europeo, o ancora meglio, di varare strumenti per tutelare l'economia del continente. E l'Italia? Si trova in una posizione più delicata. Roma sostiene la necessità di maggiore reciprocità nei rapporti commerciali e di strumenti europei capaci di proteggere le industrie del continente, ma non sembra intenzionata a trasformare il confronto con Pechino in una guerra commerciale senza ritorno.
Il governo italiano, anziché auspicare uno scontro aperto, sta cercando di ridurre la dipendenza dalla Cina nelle filiere più strategiche, a partire dalle materie prime critiche, continuando però a considerare indispensabile mantenere aperto il dialogo con Pechino. È una linea che riflette anche le esigenze delle imprese italiane: difendere il mercato europeo dalla concorrenza considerata sleale, senza però perdere l'accesso a una delle principali economie mondiali e alle sue catene di approvvigionamento. Il problema è che, mentre Bruxelles prepara nuove contromisure e Pechino minaccia ritorsioni, lo spazio per un compromesso si restringe. Quella che era iniziata come una disputa sulle auto elettriche cinesi rischia di trasformarsi in un confronto molto più ampio, capace di coinvolgere e-commerce, industria, materie prime, chimica e commercio europeo nel suo complesso. In una parola: l'intera economia. Quella europea è già vessata da una profonda crisi energetica...