Le tempeste scoperchiano i tetti e, di solito, fanno tornare i ricordi. Dopo quanto fatto notare dalla Procura della Repubblica di Pavia, sui dati non trasmessi dal RIS di Parma in merito al “DNA sui pedali” e rimasti “nascosti” per 19 anni, sembra non essere andata esattamente così. Ma, almeno a giudicare dalle sensazioni, presto qualcuno potrebbe parlare. Anche perché non è pensabile che quanto emerso non abbia già provocato l’apertura di uno o più fascicoli e perché, almeno stando alle indiscrezioni che circolano, potrebbe non essere finita qui rispetto a dinamiche da chiarire e omissioni sulle vecchie indagini. Per ora, comunque, siamo in una vertigine di “non ricordo”, scaricabarile e veleni incrociati che disintegra l’aura d’infallibilità del laboratorio più famoso d’Italia e, inutile negarlo, costringerà l’Arma dei Carabinieri a andare a fondo per non perdere onorabilità, credibilità e fiducia.
Al centro di tutto, come noto, c’è (per ora) la traccia "BU_P", il Dna estratto dai pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Un'analisi, due contro-analisi negative rimaste nascoste e un balletto di credenziali informatiche. Giorgio Portera, genetista e oggi super esperto della trasmissione Mediaset, Quarto Grado, chiamato a armi pari a spiegare perché il suo account figurasse nella fase di sequenziamento di quel reperto, firma una discolpa in burocratese. Dice di non aver mai analizzato, valutato né interpretato nulla. Non ha firmato verbali, non ha fatto sopralluoghi. Il suo era solo un inserimento "tecnico", marginale. Anzi, azzarda la mossa di alleggerimento: non sa nemmeno se a spingere quel tasto sia stato davvero lui o un collega a cui aveva ceduto le sue credenziali. Un classico: il sistema è tuo, ma le mani potrebbero essere di chiunque. Amnesia difensiva per smarcarsi dall'incubo di aver pasticciato con il profilo genetico fondante dell'intera accusa. Il suo ex capo, Marino, con una battuta evitabilissima davanti al PM Civardi, se ne è uscito così: “Il miracolo l’ha fatto Portera”.
Ma se Portera tenta lo "slog" tecnico, tra le mura del RIS, adesso che il tetto è volato via con la tempesta, sarà la guerra di tutti contro tutti. Sentito dai pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, l'allora vicecomandante del RIS di Parma, Marco Pizzamiglio, racconta gli anni in cui si crearono gli eroi. Il primo “sassolino” se lo toglie verso l’atteggiamento tenuto allora dottoressa Rosa Muscio, il magistrato dell'epoca che, a suo dire, "stoppava iniziative sulle indagini". Poi Pizzamiglio affonda sul suo ex superiore, il generale Luciano Garofano. Il ritratto che ne fa agli atti è impietoso, privo di ogni deferenza. Racconta che il 13 agosto 2007, Garofano era in vacanza in Brasile. Quando tornò, si affrettò a "disfare tutto, a riorganizzare" per dimostrare "che era lui il comandante e che lo faceva meglio". Un’irruzione guidata, accusa il vice, "soprattutto per esposizione mediatica". La stoccata finale? Eccola: "Garofano l'esperienza pratica non ce l'ha, non ce l'ha mai avuto. È un eccellente coordinatore, ma l'esperienza pratica non ce l'ha".
E Garofano? Davanti ai magistrati, in contrasto con la veemenza che ha negli studi televisivi di cui è ospite a reti unificate, sembra preso dall'amnesia istituzionale. Le due contro-analisi sui pedali con esito negativo fatte il 20 settembre 2007 dal capitano Marino? "Non ho alcun ricordo preciso". La relazione di revisione? "Nessun ricordo". Chiamato a chiarire come la sua firma campeggiasse su consulenze mai eseguite di pugno, galleggia sul vago. Intanto Marino prova a rattoppare definendo quei test negativi e mai refertati uno "sciocco eccesso di zelo", un tentativo venuto male e per questo non opportunamente (e doverosamente) formalizzato. Davvero c’è – al di là di Stasi, revisione, Andrea Sempio e delitto di Garlasco – chi pensa che possa finire tutto qui?