Venghino, i signori venghino: nel circo intorno a Garlasco hanno fatto la loro comparsa “gli avvocati senza fissa dimora”. Non come persone fisiche, sia inteso, ma come figure così definite. Quel momento è scattato negli studi di Quarto Grado, quando l’avvocato Domenico Aiello — difensore dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, fresco di archiviazione dall'accusa di corruzione — ha deciso di liquidare i colleghi della difesa Stasi, Antonio De Rensis e Giada Bocellari, bollandoli, appunto, “come soggetti senza fissa dimora che hanno il tempo di andare in tutte le trasmissioni TV e poi non vanno in studio a scrivere la revisione”.
Una battuta sferzante, lanciata tra un blocco pubblicitario e l’altro, che ha offeso alcuni, ha fatto sorridere altri e, come al solito, è finita al centro di un gran parlare senza che qualcuno provvedesse a farla spiegare bene, ignorando quanto una frase così può essere pericolosa. Sì, su MOW siamo i soliti ca*aca*zi, ma certa ironia d'avanspettacolo rischia di scoprire un nervo. Cosa voleva suggerire, esattamente, il legale? Che per esercitare degnamente la professione e godere di credito istituzionale serva una precisa "collocazione"? Attenzione, signori, perché magari era una semplice battuta cattivella, ma magari poteva essere anche ben altro, visto che comunque è arrivata da un legale sicuramente integerrimo, sicuramente di grido, ma storicamente, anche se solo per il suo lavoro, accostato a una parte politica.
Il rischio grosso, se l’avvocato Aiello non sarà messo nelle condizioni di spiegare quella frase, è che passi un messaggio terribile: se la bontà dell'azione difensiva si misurasse dalla residenza politica o dall'appartenenza a determinate cordate, ci troveremmo di fronte a un’affermazione d’una gravità inaudita. Il delitto di Garlasco, del resto, non è nuovo a interferenze: da quasi vent'anni, intorno all'omicidio di Chiara Poggi, gravitano figure, ambienti e nomenclature con ben noti agganci alla politica istituzionale. Anche in diverse intercettazioni si fa il nome di qualche politico. E quando a pronunciare parole così pesanti è un avvocato storicamente accostato a “una parte”, il dubbio s'insinua più forte. Soprattutto alla luce di un dato di fatto: la Politica — quella che a destra come a sinistra si fionda vorace su ogni fatto di cronaca giudiziaria appena svetta tra i trend dei social — sul caso Garlasco osserva da oltre un anno un mutismo tanto ostinato quanto sospetto. Un silenzio imbarazzato. E palesemente pavido. È sempre prontissima, la classe dirigente, a cogliere al balzo la "pancia del Paese" per varare decreti d'emergenza o sventolare manette a favore di camera. Ma su Garlasco, che da mesi riempie i palinsesti e condiziona l'immaginario collettivo, tace. Perché?
La frase di Aiello a questo punto potrebbe avere pure un merito: spezzare la finzione e imporre un'assunzione di responsabilità che non è più differibile. La politica non deve certo intervenire per fare il tifo da stadio, per incoronare presunti innocenti o condannare presunti colpevoli: non è questo il suo compito, né questo le si chiede. La politica, ora, ha il dovere repubblicano di dire la sua, ad esempio, sulla gestione delle indagini, vecchie e nuove. Deve interrogarsi — e interrogare — su Procure e legami, altrimenti rischia di passare il messaggio che bisogna avere “una casa” o “una residenza” persino dentro le aule di giustizia. Dopo le parole pronunciate in TV dall’avvocato Domenico Aiello, laddove non gli verrà data l’occasione di spiegarle, la politica ha perso anche l'ultimo alibi per rimanere alla finestra, dietro la tenda, su Garlasco.