A quasi cinque anni dalla morte di Liliana Resinovich spunta una lettera dell’amico speciale Claudio Sterpin che accusa apertamente il marito Sebastiano Visintin di averla uccisa per motivi economici. Sterpin, scomparso lo scorso febbraio, scrisse al computer la missiva una settimana dopo il ritrovamento del cadavere di Lilly il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste e sebbene all’epoca la Procura avesse ipotizzato il suicidio, l’ex maratoneta si spinse ad immaginare che la donna avesse confessato al marito la propria intenzione di separarsi provocandone una forte ira scaturita nell’aggressione che ne causò il decesso.
Nel documento mostrato nel corso dell’ultima puntata di Quarto Grado Sterpin scrive: ”probabilmente lei non ha fatto in tempo ad assicurare il marito che avrebbe mantenuto il proprio sostegno economico nei suoi confronti anche dopo la separazione legale da lui (intenzione che probabilmente sarà stata esternata il lunedì pomeriggio in anticipo rispetto a come aveva deciso di fare…) scatenando qualche battibecco che ha “rovinato” la serata…e la notte… Sentendosi sul lastrico (senza il sostegno di lei) potrebbe aver deciso di “liberarsene” facendola sparire e rimanere erede legittimo…”.
Accuse pesanti che l’amico speciale di Lilly non ha mai nascosto agli inquirenti e neppure ai media lamentando spesso il fatto che se non fosse stato per la tenacia sua, del fratello e della cugina di Liliana, l’indagine sarebbe stata definitivamente archiviata con l’ipotesi di un suicidio che chiunque sia dotato di un minimo di buonsenso non ha mai ritenuto verosimile sin dal primo minuto dopo il rinvenimento del corpo della pensionata di Trieste. Pensieri che non hanno mai lasciato la mente di Sterpin fino al suo ultimo giorno di vita, pensieri che confidò anche alla sottoscritta nell’estate del 2025 quando dietro le quinte di una trasmissione televisiva dove eravamo entrambi ospiti mi confessò con molta amarezza e anche un po' di rabbia che a suo avviso gli inquirenti avevano perso del tempo molto prezioso lasciando trascorrere tre lunghi anni prima di aprire finalmente una nuova indagine ipotizzando il reato di omicidio volontario per mano di Sebastiano Visintin, indagato nell’aprile del 2025.
D’altronde i timori di Sterpin sono gli stessi timori di tutte le persone che hanno voluto bene a Lilly e hanno paura che non si arriverà mai alla verità sulla sua morte. Sebbene Sebastiano Visintin si sia sempre professato e continui a professarsi innocente, rimane l’unico indagato per la morte della moglie e nei prossimi mesi la Procura dovrà decidere se rinviarlo a giudizio o meno in base alle risultanze delle analisi sugli elementi che dovrebbero costituire gli indizi a suo carico. Prime fra tutte, oltre ai coltelli sequestrati, al cordino e ai sacchi neri, quelle famose fibre di tessuto ritrovate sugli indumenti di Lilly, filamenti di colore giallo e rosso che potrebbero corrispondere al maglione e ai guanti che Visintin indossava il giorno della scomparsa della moglie come documentato dalle stesse immagini immortalate dalla go pro che hanno ripreso il marito della vittima durante la famosa gita in bici sul Carso. Ma se venisse accertato che quelle fibre sono le stesse del maglione e dei guanti di Visintin ciò basterebbe a farne un indizio di colpevolezza da accorpare agli altri elementi già in possesso degli inquirenti? Non dovremmo considerare il fatto che gli indumenti di Lilly in quanto moglie che viveva sotto lo stesso tetto di Sebastiano avrebbero comunque potuto essere contaminati dalle fibre dei vestiti del marito senza che ci fosse stata necessariamente una colluttazione o, per dirla con la professoressa Cristina Cattaneo, un “chokehold”, un’aggressione con la presa del collo da tergo? Forse c’è un particolare che potrebbe fornire una risposta a questo quesito. Se verrà appurato che quei filamenti appartengono realmente a Visintin e se verrà accertato che erano presenti anche nella borsa trovata vicino al cadavere di Lilly oltre che sui suoi vestiti, allora questo potrebbe significare che il marito vi abbia frugato magari con l’intenzione di manipolarne o manometterne il contenuto. E questo per chi indaga potrebbe essere un elemento non di poco conto al fine della decisione di un eventuale rinvio a giudizio.