Poi non dite che non ve l’avevamo detto! Quando su MOW parlavamo di un odore simile a quello dell’inizio di una “Tangentopoli 2” e sostenevamo, in tempi non sospetti, che l'attività investigativa della Procura di Pavia andasse ben oltre la sola ricerca della verità sull'omicidio di Chiara Poggi, qualcuno storceva il naso. E qualcuno ci ha anche mandati a ca*are. Sostenevamo, allora, che il lavoro dei magistrati stesse principalmente – pur nel rispetto di Chiara Poggi – cercando di fare luce sulla volontà di smantellare un sistema opaco e problematico nell'amministrazione della giustizia all'interno di alcune procure lombarde, a cavallo tra il primo e il secondo decennio degli anni Duemila. Oggi quel quadro sembra essersi fatto chiaro a tutti e pure quel “verrà giù tutto” che c’era costato caro, finalmente, potrà essere rivalutato.
Attenzione, non stiamo parlando di chi ha ucciso chi e chi non ha ucciso chi, ma di un’onda innescata dagli inquirenti che porterà a rivedere tante storie. E tante narrazioni. A cominciare dalla vicenda di Giovanni Ferri, anziano deceduto (con ferite alla carotide e ai polsi) nel novembre del 2010 — tre anni dopo il tragico delitto di Garlasco in via Pascoli che costò la vita alla ventiseienne Chiara Poggi e per il quale è stato condannato in via definitiva Alberto Stasi, mentre resta aperta la posizione investigativa su Andrea Sempio. Il caso Ferri fu sbrigativamente catalogato all'epoca come un suicidio. Tuttavia, a distanza di sedici anni, la vedova dell'uomo, la signora Gabriella, ha formalizzato una corposa denuncia presso la Procura della Repubblica di Pavia, chiedendo di procedere per l'ipotesi di omicidio volontario a carico di ignoti. Lo ha raccontato Emanuele Canta a Mattino 5, insieme al legale della donna (lo stesso Gallo che assiste Massimo Lovati).
Ascoltata dagli inquirenti per oltre due ore, la vedova ha ricostruito le ultime ore di vita del marito e riferito dettagli e episodi definiti inquietanti, che non erano mai stati messi a verbale nell'immediatezza dei fatti. Secondo quanto emerso, nelle ore successive al ritrovamento del corpo, la signora Gabriella non venne mai sentita formalmente né le fu chiesto di firmare alcun documento relativo a sopralluoghi nella propria abitazione. A render ancora più torbida la vicenda ci sono poi le pesanti anomalie sull'arma e sui reperti: la donna ha smentito che dal set di coltelli da cucina di casa potesse mancare la presunta arma usata dal marito, ma è soprattutto la testimonianza dell'ex maresciallo Francesco Marchetto a sollevare interrogativi devastanti. Marchetto ha infatti disconosciuto anche in diretta TV la firma falsa o la sigla apposta su un atto datato 27 luglio 2011, relativo al repertamento del coltello. L’ex maresciallo ha chiarito in modo inequivocabile che fin dal marzo di quello stesso anno era stato trasferito a Sesto San Giovanni e si trovava in convalescenza (raccontando anche di un tremendo periodo personale), motivo per cui gli risultava del tutto impossibile aver firmato quell'atto in quel periodo. Com'è possibile che compaia una sottoscrizione riconducibile a un carabiniere che non era più in servizio presso quel comando? E soprattutto perché la Procura di Pavia ha dovuto ricostruire un fascicolo scomparso che non si trovava più e che il colonnello Cassese, sempre in diretta TV, ha candidamente affermato di avere con l’ormai famoso “ve lo do io”?
Signori, adesso è chiaro che il punto centrale di questa storia non riguarda ormai soltanto lo scontro colpevolisti-innocentisti su chi abbia materialmente colpito Chiara Poggi o se Giovanni Ferri sia stato ucciso? Il lavoro della Procura della Repubblica di Pavia riguarda la tenuta e l'attendibilità di un intero metodo di gestione delle indagini. Se gli accertamenti della Procura dovessero confermare che in quegli anni atti ufficiali venivano siglati impropriamente, che le scene del crimine venivano gestite con superficialità anche da super esperti in divisa chiamati “da lontano” o che le testimonianze chiave venivano trascurate, l'impatto sarà catastrofico, ma forse – e a questo punto c’è da sperarlo – anche salvifico. Non si tratta solo di riscrivere la verità su singoli casi, ma di fare i conti con la credibilità delle istituzioni che dovevano garantire la giustizia. E, magari, riabilitarle. Come? Mettendo un lampione che illumina potente, ma potente davvero, tra la villetta di via Pascoli e quel vicolo teatro del presunto suicidio Ferri, dentro una Garlasco che probabilmente è stata – suo malgrado e senza né volerlo né meritarlo – una piccola capitale del buio.