Sul sito ufficiale si legge che l'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) è stato creato “per fornire ai responsabili politici valutazioni scientifiche periodiche sui cambiamenti climatici, le loro implicazioni e i potenziali rischi futuri, nonché per proporre opzioni di adattamento e mitigazione”. Il suo compito? In teoria preparare rapporti accademici e rigorosi che i governi di mezzo mondo consultano per capire quali politiche attuare al fine di contrastare le emissioni di combustibili fossili. Un compito nobile, necessario, importantissimo. Peccato che le cose potrebbero essere un po' diverse, almeno a giudicare dall'ultima inchiesta appena pubblicata dal Guardian, un quotidiano liberal-progressista particolarmente attento ai temi green e della sostenibilità. Ebbene, pare che tra i molteplici autori che redigono i paper dell'Ipcc ve ne siano molti che nascondono preoccupanti scheletri nei loro armadi. Pare infatti che dozzine di analisti dell'organismo citato lavorino anche per Aramco, ossia la compagnia petrolifera statale dell'Arabia Saudita che, da sola, è responsabile di una considerevole quota delle emissioni di Co2 e, di conseguenza, della crescente crisi climatica.
In sostanza, come possono essere affidabili i report dell'Ipcc sull'abbattimento delle emissioni di carbonio se sono realizzati da personaggi che hanno forti interessi nel settore petrolifero saudita che alimenta proprio quelle stesse emissioni che l'organismo vorrebbe abbattere? È in effetti difficilissimo pensare che lo siano, considerando che questo organismo redige i paper che sono alla base dei negoziati sul clima delle Nazioni Unite e che plasmano le politiche climatiche del pianeta. Uno dei casi più emblematici riguarda Mustafa Babiker: lavora per Aramco da 20 anni ma è comunque stato incaricato di coordinare il prossimo Settimo Rapporto di Valutazione dell'Ipcc. Babiker non è un caso isolato. Al contrario, l'indagine del Guardian ha rivelato che almeno una dozzina di autori principali dell'Ipcc sono in qualche modo collegati a Saudi Aramco e varie istituzioni saudite, o hanno altri interessi del settore petrolifero e del gas.
La questione diventa ancora più interessante se si guarda alle conclusioni dello stesso Ipcc. Nel marzo 2026, il comitato per i conflitti di interesse dell'organismo aveva riferito di non aver individuato alcun conflitto tra gli autori selezionati per il Settimo Rapporto di Valutazione. Una conclusione che, alla luce dei legami emersi dall'inchiesta del Guardian, solleva interrogativi sull'adeguatezza delle regole adottate dall'Ipcc e sulla loro effettiva applicazione. A sostenerlo è Rachel Kennerley, attivista senior del Center for International Environmental Law. Ma i collegamenti con l'industria energetica saudita non si fermerebbero ai due dipendenti di Aramco: nel Gruppo di lavoro III figurano anche cinque autori del King Abdullah Petroleum Studies and Research Center (Kapsarc), think tank finanziato dal governo saudita e presieduto dal ministro dell'Energia del Paese, la cui missione dichiarata è promuovere il settore energetico dell'Arabia Saudita. E c'è un'ulteriore sovrapposizione tra Riad e i vertici scientifici dell'Ipcc: Malak Al-Nory, una dei sette vicepresidenti del Gruppo di lavoro III, è infatti anche senior consultant del ministero dell'Energia saudita. In questo ruolo contribuisce alla supervisione del processo di valutazione e del lavoro scientifico e tecnico dell'organismo, oltre a occuparsi delle dichiarazioni sui conflitti di interesse degli autori. Certo, l'Ipcc non vieta agli scienziati che lavorano per i governi di partecipare ai suoi rapporti, ma il caso di Al-Nory presenta una particolarità: la ricercatrice ha continuato a rappresentare l'Arabia Saudita nei negoziati climatici delle Nazioni Unite anche dopo essere diventata vicepresidente dell'Ipcc. Qualcuno, prima o poi, dovrà fornire una spiegazione.