Sono passati tre mesi da quando la Corte d'Assise ha restituito la libertà a Louis Dassilva, spazzando via oltre seicento giorni di custodia cautelare con una sentenza pronunciata nel cuore della notte, dopo ore e ore di camera di consiglio, che ha il sapore di una disfatta per chi pensava di aver chiuso il caso dell'ottantenne massacrata con ventinove coltellate nel seminterrato del condominio di via del Ciclamino. L'imputato perfetto, il vicino della porta accanto, l'amante segreto: il castello accertativo della Procura di Rimini, che per il trentaseienne senegalese aveva chiesto l'ergastolo contestando premeditazione e crudeltà, si è frantumato sotto il peso dell’oltre ogni ragionevole dubbio. E adesso siamo alla resa dei conti.
Mentre si attende il deposito delle motivazioni dei giudici di primo grado dopo la richiesta di proroga dei termini di novanta giorni — con la solita dilazione formale che in Italia è ormai una tassa sul tempo — a Rimini è ricominciata la danza delle ombre: i pm preparano le carte per l'impugnazione in Appello davanti alla Corte di Bologna e gli investigatori che sono persino tornati in quel garage per nuovi, tardivi, sopralluoghi.
Cercano dettagli rimasti nell'ombra. Tracce trascurate. O riscontri utili a sorreggere il futuro ricorso, lasciando però l'inconfondibile sensazione che si stia tentando di puntellare a posteriori un'impalcatura che non sta su. E che non potrà stare su.
Nel frattempo, Louis Dassilva è uscito dalla cella ma non dal mirino dei media insieme alla moglie Valeria Bartolucci, e le loro primissime apparizioni non sono state leggere: tirano non troppo velatamente in ballo Manuela Bianchi e il fratello Loris Bianchi, lanciando l'accusa implicita secondo cui la donna avrebbe mentito per coprire sé stessa o per proteggere qualcun altro.
Dall'altra parte, però, il copione è lo stesso: dinieghi furiosi, accuse di depistaggio, alibi ribaditi e i legali della famiglia Paganelli che continuano a chiedere la verità per un'anziana trucidata nel buio del suo garage. A complicare il quadro mediatico si sono aggiunti pure i veleni paralleli, dalle polemiche sulla finta foto dell'orecchino di perla di Pierina fino al ricovero della stessa Manuela Bianchi per abuso di benzodiazepine e all'indagine per bancarotta che ha travolto il consulente Davide Barzan, a dimostrazione di come attorno a via del Ciclamino graviti ormai un pulviscolo di vicende collaterali.
La verità è che il giallo di Rimini è diventato il simbolo perfetto della giustizia che se non arriva non fa niente, l'improtante è che ci sia sempre qualcosa da dire: per mesi i periti hanno litigato “a tiro di telecamere” sulle frequenze audio della farmacia e sui passi registrati dalle videocamere, le celle telefoniche e i dati del tablet della vittima sono stati usati più come scoop che come elementi che contano in aula. La verità, a questo punto, è che serviranno prove atomiche, altrimenti resterà tutto così alimentando i dibattiti nei salotti televisivi e basta. Che poi, a quanto pare, ormai sembra ciò che conta veramente rispetto alle verità che la giustizia dovrebbe cercare.