La giustizia riminese non ama i tempi morti e non tiene conto degli intrecci. Viene ironicamente da dirlo dopo che, nel giro di poche ore, s’è passati dal doppio colpo di scena che riguarda l’omicidio di Pierina Paganelli da una parte e le vicende, già ampiamente narrate anche da Le Iene, del discusso e chiacchierato criminalista Davide Barzan. E così, mentre l’attenzione mediatica rimaneva fissa sulla porta di quel garage di via del Ciclamino dove s’è consumata una tragedia, il tribunale da una parte e la Procura dall’altra hanno scritto due nuove capitoli di una doppia storia che si intreccia dentro una sola.
Il primo scossone, come accennato, riguarda Davide Barzan. Il "criminalista" cosentino, balzato agli onori delle cronache televisive per aver prestato la sua consulenza alla difesa di Manuela Bianchi – nuora della vittima e figura centrale del giallo – si ritrova ora tra le mani un avviso di fine indagini ex 415 bis che profuma pesantemente di rinvio a giudizio. Le ipotesi di reato messe nero su bianco dalla Procura di Rimini sono di quelle che stridono con la figura dell’integerrimo e specchiato professionista ospite fisso in TV: truffa aggravata e esercizio abusivo della professione legale. Secondo i magistrati, Barzan avrebbe indossato i panni del sedicente avvocato senza averne titolo, lasciando anche come persona offesa l’Ordine degli avvocati di Rimini. Ma non c’è solo la presunta abusività del titolo.
Le carte parlano di una presunta truffa da 50 mila euro legata all’apertura di un conto corrente, orchestrata in concorso con Pierluigi Chieffi – un cinquantottenne corianese attualmente detenuto per un cumulo di condanne, celebre per aver sfregiato un sedicente mago in un bar di Riccione. Di quel denaro, 15 mila euro sarebbero stati stornati direttamente al criminalista. A completare il quadro, un’ulteriore contestazione in solitaria: 40 mila euro che Barzan si sarebbe fatto consegnare da una donna riminese per un fantomatico acquisto di un appartamento a Dubai. Ora la difesa ha venti giorni per tentare una manovra di alleggerimento, ma il tempismo della notifica sembra quasi una sottolineatura ironica del destino.
Perché mentre Barzan proverà a evitare il processo, a poche ore di distanza il pubblico ministero Daniele Paci ha pronunciato la parola più pesante del codice penale: ergastolo. Sei ore di requisitoria per inchiodare Louis Dassilva alle sue responsabilità, culminate con la richiesta dell’ergastolo per l’omicidio pluriaggravato di Pierina Paganelli. Senza spazio per la . Meno che mai per i dubbi. O per le attenuanti generiche, che il pm ha chiesto ai giurati della Corte d’Assise di negare senza esitazione, nonostante lo status di incensurato del trentacinquenne senegalese. La ricostruzione dell'accusa? Eccola: Pierina sarebbe stata attesa nel buio profondo del garage, vittima di una minorata difesa e di una crudeltà scientifica. Ventisette coltellate per spegnere le urla di terrore di una donna di 78 anni che l’assassino considerava semplicemente un ostacolo al proprio status quo. I motivi futili e abietti evocati da Paci? Dassilva avrebbe agito così per non assumersi le sue responsabilità di uomo, scegliendo tra la moglie e l’amante Manuela Bianchi. Avrebbe preferito, insomma, eliminare il "problema" per non perdere la stabilità economica conquistata in Italia.
Anche la premeditazione, sempre secondo il PM, reggerebbe il confronto con i precedenti giurisprudenziali più rigidi: tre ore e mezza di attesa da quando l'imputato ha saputo che la pensionata sarebbe andata da sola all'adunanza dei Testimoni di Geova. Un lasso di tempo persino sovrabbondante rispetto ai quaranta minuti che bastarono, ad esempio, a condannare Benno Neumair. Adesso sarà la Corte d’Assise a dover decidere, ma è chiaro che le zone d’ombra nella tragica commedia umana consumata nel cuore della Romagna restano veramente tante. E meriterebbero d’essere approfondite. Non fosse altro che per i personaggi individuati come protagonisti e per quelli che, in qualche misura, sono diventati vistose comparse.