Possiamo dirlo o passiamo per i soliti maliziosi e cinici provocatori? Ok, lo diciamo: c’è qualcosa di profondamente morboso, quasi voyeuristico, nel modo in cui l’opinione pubblica sta consumando il processo per l’omicidio di Pierina Paganelli. Sì, sembra che la ricerca della verità giudiziaria sia solo una scusa e che a muovere l’interesse collettivo sia la solita, immancabile, attrazione per l’abisso relazionale che si è spalancato tra le mura del condominio di via del Ciclamino. Mentre l’aula di Corte d’Assise a Rimini tenta faticosamente di ricostruire i minuti finali di una donna di 78 anni, massacrata con ventinove coltellate, l’attenzione di tutti – da un punto di vista mediatico – resta concentrata sul basso ventre della vicenda: il gineceo di Louis Dassilva, le "incursioni" clandestine nei garage, i video romantici all’alba e quel triangolo – che è ormai un poligono complesso – tra l’imputato, la moglie Valeria Bartolucci e l’amante Manuela Bianchi.
Il processo da una parte e un mezzo esperimento pruriginoso di psicologia sociale applicata dall’altra, dove il reato di sangue diventa il pretesto per sezionare l’ambiguità di un uomo che, tra un turno in fabbrica e un appostamento nel seminterrato, gestiva una rete di relazioni parallele con una disinvoltura che rasenta la dissociazione. E che, se non ci fossero di mezzo violenza e morte, farebbe pure un po’ invidia. Ieri, in udienza, Louis Dassilva è tornato sul banco dei testi, confermando quella freddezza pragmatica che lo caratterizza. Ha ammesso, con una franchezza quasi disturbante, di aver intrattenuto almeno tre relazioni contemporanee: Manuela, la cugina della moglie e un’amica di quest’ultima. Un quadro che delinea un profilo psicologico incline alla manipolazione e alla compartimentizzazione emotiva. "Con tutte – dice - ho sempre cercato di nascondere le prove". Insomma, non un banale libertino, ma uno pure un bel po’ ossessionato dal controllo a tutela di se stesso.
I processi veri, però, non si fanno col voyerismo e nemmeno annusando le mutande per capire di chi sono le tracce rimaste. E in dibattimento si è parlato, piuttosto, della tenuta tecnica dell’alibi e della "firma" dell’assassino. Se la Procura insiste su un Dassilva solo e spietato, i consulenti della difesa hanno introdotto variabili che rimescolano le carte e solleticano il sospetto di un concorso di persone. La criminologa e consulente di Dassilva Roberta Bruzzone, ad esempio, ha parlato di una "firma psicologica" che non appartiene all'imputato. "A qualcuno – ha detto riferendo della possibilità concreta che l’azione omicidiaria e quella successiva siano state poste in essere da più soggetti tra cui una donna — non bastava ucciderla, voleva umiliarla".
L’ipotesi e chi è (eventualmente) quel qualcuno, però, dovrà essere capito indagando ancora senza impantanarsi nell’attuale processo. Il rischio che la verità sia rimasta incastrata tra le lenzuola di decisamente troppi letti oggettivamente c’è e, purtroppo, almeno dal punto di vista mediatico, Pierina Paganelli è grimaldello e fondale di un interesse differente. Con il processo che, giustamente, continua a essere qualcosa a parte, contrariamente a quanto accade per altri casi di cronaca nera e giudiziaria che hanno fatto clamore o stanno generando particolare interesse. Il pubblico ministero, Daniele Paci, ha chiesto di risentire Manuela e altri testimoni.
Dassilva, dal canto suo, ha iniziato a lanciare ombre proprio sulla sua ex amante: "Lei sa molto di più sull’omicidio di quello che ha dichiarato". Il 20 aprile si tornerà in aula. Nell’ultima udienza, invece, s’è anche approfondita la vera natura del legame tra Louis e Valeria. Quando la giudice Casadei ha incalzato Dassilva su quel "Dimmi cosa devo dire... perché io quella cosa là non la so", pronunciato dalla moglie il primo novembre, si è toccato il nervo scoperto della vicenda. Valeria Bartolucci stava proteggendo il marito pur non sapendo nulla, o stava chiedendo istruzioni per allineare un alibi?