È morto Umberto Pizzi. Probabilmente gli avrebbe (o gli dà) fastidio essere ricordato per la sua opera più celebre, i Cafonal inventati insieme a Roberto D’Agostino e pubblicati su Dagospia, così come a Roberto Calasso dava (o dà) fastidio che L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Milan Kundera, fosse diventato famoso grazie a Renzo Arbore (questa frase darà fastidio a D’Agostino). Era famosissimo già da prima e lo divenne nel mondo quando a Venezia scattò la celebre “baronessa sans-culotte”: Francesca Thyssen-Bornemisza, a una festa data a Venezia dai Savoia a Palazzo Volpi di Misurata, nella notte del 31 agosto 1991, in concomitanza con la Mostra del Cinema, si presentò alticcia e con un abito a strascico; il fidanzato di allora, Carlo D’Asburgo-Lorena, le sollevò lo strascico, la baronessa non se ne accorse, continuando a camminare, e scoprendo alla nobiltà europea che non portava le mutande. Da allora Pizzi non ha fatto altro che smutandare poteri e potentati, anche se più che culi, Umberto, in giro per le cene e per i salotti romani, smutandò molte facce di culo.
Nacque a Zagarolo, quasi novant’anni fa. Iniziò come fotografo di guerra per la FAO, fotografò povertà, miseria, la realtà delle macerie dopo che i tornado delle guerre avevano lasciato macerie umane. Ma, con il sarcasmo di chi aveva conosciuto il dolore vero, disse che la vera guerra era in via Veneto, nell’epoca della Dolce Vita: era una guerra tra chi voleva farsi vedere di più e tra chi voleva fotografare di più. Ma lo stile di Umberto Pizzi era tutt’altro che telefonato: a lui interessava il momento in cui l’“immagine” perdeva se stessa, l’attimo in cui la star smetteva di essere tale, il passaggio dal ricco e potente al bullo da strada: famoso lo scatto a Onassis in dolce compagnia che gli lanciò sull’obiettivo una coppa di champagne. Fotografava, insomma, la celebrità o il potere che mostravano la loro cafonaggine in un’epoca in cui le parole non potevano dirlo, ma la fotografia era lì, forse l’unico media a potersi consentire la verità.
Poi i tempi cambiarono. Il potere, quello dagli anni Ottanta in poi, si accorse che la cafonata, la cafonata pubblica, la caduta di gusto e di stile (in pubblico, la “volgarità” in privato è sempre stata appannaggio dei nobili veri, una forma sublime di sprezzatura e di understatement) non contrastavano il potere, anzi lo legittimavano. Dal “mi passi l’olio” di Bettino Craxi fu tutto un addentare in piedi, un cadere di forchette, volti spappolati da un riso bestiale, famelicità, arruffamento da buffet: Pizzi sembrava fare cronaca mondana, ma scattava perfette metafore degne del Tom Wolfe del Falò delle vanità. C’è un Maestro che presiede al filo rosso che va dagli anni Ottanta, agli Yuppies dei Vanzina, alla canottiera di Umberto Bossi, alla nascita di Dagospia, diciamo così: dall’edonismo reganiano (cit. D’Agostino) al distopismo parruccato in stile Settecento Cyberpunk di Donald Trump. E questo Maestro è Umberto Pizzi, che lo ha scovato nelle pieghe delle narici del potere prima ancora che la lingua trovasse una maniera per descriverle.
Non gli piaceva il termine paparazzo, preferiva fotoreporter. Ma Umberto Pizzi non è stato neanche questo: è stato un archeologo del presente; egli catalogava la storia per come si presentava nel suo momento e la catalogava minuziosamente. Avrei detto “storico”, ma la storia risponde delle interpretazioni. Il reperto no: è quello. Le foto di Umberto Pizzi sono reperti archeologici che ci restituiscono il mondo occidentale proprio nel momento esatto in cui si disfa. Nel momento in cui i volti rendono manifesta la verità che anche la mente marcisce. Non è riso dei supplì o formaggio filante quello che esce dalle bocche, dai nasi e dalle orecchie del potere o dell’aspirante potente. È il cervello che cola fuori dagli orifizi. Grazie, Umberto.