Abbiamo un serio problema con il prezzo di benzina e diesel. Almeno in Europa dove, dallo scoppio della guerra in Medio Oriente in poi, continuiamo a rincorrere letteralmente la crisi nella speranza che tutto torni normale il prima possibile. Peccato che il tempo passi, i mesi scorrano e di miglioramenti non se ne veda neanche l'ombra. Tutta colpa del modus operandi adottato dai governi del nostro continente che, anziché attuare misure razionali, per chiare motivazioni elettorali preferiscono attenuare gli effetti della crisi sui consumatori che non intervenire direttamente sulla quantità di combustibili fossili che l'economia utilizza. Anche perché la disponibilità del petrolio inizia a ridursi. Dall'inizio del conflitto contro l'Iran e dal terremoto geopolitico nello Stretto di Hormuz, il mercato mondiale ha perso una parte rilevante delle normali forniture di greggio e prodotti raffinati. I Paesi sono quindi ricorsi alle riserve strategiche per evitare che lo shock diventasse ancora più violento. Un esempio? Lo scorso marzo l'Agenzia internazionale dell'energia ha coordinato a marzo il più grande rilascio di scorte della propria storia: 400 milioni di barili, una quantità enorme ma pur sempre destinata a esaurirsi. A maggio quelle riserve stavano già contribuendo al mercato per circa 2,5 milioni di barili al giorno. Peccato che la stessa Agenzia ha chiarito che si tratta di una misura temporanea, non di una soluzione strutturale. La soluzione tampone di rendere meno caro il pieno alla pompa della benzina serve giusto nel medio periodo, per illudere famiglie e aziende che tutto sia sotto controllo.
Interventi del genere - e cioè spendere un sacco di soldi in sgravi fiscali di vario tipo – non rappresentano alcuna soluzione per un problema destinato a restare, a meno di mettere in circolazione più greggio o ridurre la dipendenza del petrolio importato. L'effetto creato è l'opposto: la domanda rimane alta mentre l'offerta è pressata. Lo ha spiegato in maniera eccellente Federico Fubini sul Corriere della Sera, analizzando il nostro modello ma anche quello adottato dalla Cina. Pechino, a differenza delle democrazie occidentali che preferiscono puntare sul contenimento del prezzo pagato dagli automobilisti, sta intervenendo anche sul lato della domanda. I risultati, oltre la Muraglia, si vedono: consumo di benzina ridotto del 6% e quello del diesel del 5%. Questo calo è stato indotto non solo evitando di attuare le nostre stesse misure ma anche diffondendo maggiormente le auto elettriche e ibride, potenziando il trasporto ferroviario elettrico e riducendo l'uso dell'aereo. Attenzione: non significa che Pechino abbia risolto il proprio problema energetico, né che tutta la diminuzione dei consumi sia attribuibile direttamente alle decisioni prese dopo lo shock petrolifero. Ma mostra la direzione nella quale si sta muovendo la seconda economia mondiale. In Cina, nel 2025, le auto elettriche hanno già ridotto la domanda di petrolio di circa un milione di barili al giorno, pari a circa il 15% di quella che avrebbe avuto il trasporto stradale cinese con una flotta composta esclusivamente da vetture a combustione. E nel 2026 la quota delle auto elettrificate sulle nuove immatricolazioni cinesi dovrebbe superare il 60%.
Non è finita qui. La società di consulenza Kpler ha stimato che nel 2026, sempre in Cina, l'elettrificazione arriverà a spiazzare circa 640 mila barili al giorno di domanda di benzina, mentre camion elettrici e alimentati a gas contribuiranno a ridurre ulteriormente il consumo di diesel. Insomma, Pechino non sta semplicemente cercando di rendere meno caro il petrolio: sta facendo in modo che una parte crescente della propria economia ne abbia meno bisogno. E l'Europa? In Italia Eni ha appena introdotto un tetto di 2,19 euro al litro per il diesel e 1,99 euro per la benzina. In Germania il governo ha approvato un taglio temporaneo delle imposte sui carburanti pari a circa 17 centesimi al litro, con un costo complessivo stimato in 2,5 miliardi di euro fino alla fine dell'anno. La Francia, a sua volta, ha ampliato gli aiuti destinati alle categorie più esposte al caro carburanti, portando il totale delle misure di sostegno a 1,4 miliardi. Sono interventi comprensibili sul piano sociale: un aumento improvviso dei carburanti colpisce pendolari, autotrasportatori, imprese e famiglie che non possono semplicemente smettere di usare l'auto. Ma il problema è che queste misure affrontano soprattutto il sintomo. La questione strategica è un'altra: quanto petrolio servirà all'Europa tra cinque o dieci anni e quanto sarà ancora esposta alle crisi geopolitiche che possono interromperne l'afflusso? La Cina, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ha già costruito una parte della risposta attraverso auto elettriche, camion a batteria, ferrovie e infrastrutture di ricarica.