Il prezzo del petrolio ha un problema in più, e arriva dallo Yemen. Dopo mesi di guerra tra Stati Uniti e Iran e con lo Stretto di Hormuz fortemente perturbato, l'avanzata degli Houthi lungo la costa del Mar Rosso rischia di trasformare Bab el-Mandeb in un secondo grande collo di bottiglia per l'energia mondiale. Negli ultimi giorni i miliziani yemeniti hanno conquistato il porto di Mokha e l'isola di Perim, che si trova proprio all'ingresso meridionale del Mar Rosso, mentre le forze governative sostenute dall'Arabia Saudita hanno cercato di reagire con nuovi attacchi. La posizione di Perim è particolarmente delicata: consente agli Houthi di osservare e potenzialmente minacciare le navi che attraversano lo stretto, collegamento obbligato tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Non significa, almeno per ora, che l'intero Mar Rosso sia stato chiuso. Gli Houthi hanno dichiarato un blocco delle navi saudite già a luglio, precisando invece che il traffico commerciale degli altri Paesi potrebbe continuare. Ma il rischio per gli armatori è aumentato e con esso il cosiddetto premio per il rischio, cioè il costo aggiuntivo richiesto dal mercato per trasportare merci in una zona diventata più pericolosa. In ogni caso, secondo il Time l'escalation ha già contribuito a spingere il petrolio ben sopra i 100 dollari al barile. La questione non riguarda soltanto le navi commerciali. Gli Houthi hanno lanciato missili contro obiettivi in Arabia Saudita e nelle ultime settimane hanno colpito o minacciato infrastrutture energetiche e navigazione saudita.
Il punto è che Bab el-Mandeb, da solo, sarebbe già abbastanza importante per far tremare i mercati. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel secondo trimestre del 2026 attraverso lo stretto sono transitati in media circa 8,1 milioni di barili al giorno di greggio, condensati e prodotti petroliferi, di cui 6,1 milioni di barili di greggio e condensati. Se una parte consistente di questo traffico dovesse essere deviata, le navi dirette dall'Asia verso l'Europa avrebbero davanti una scelta costosa: attraversare una zona considerata sempre più rischiosa oppure circumnavigare l'Africa passando dal Capo di Buona Speranza, allungando sensibilmente tempi, consumi e costi assicurativi. E il problema diventa ancora più serio perché l'altra grande porta energetica della regione, Hormuz, è già fortemente condizionata dalla guerra tra Iran e Stati Uniti. L'Agenzia internazionale dell'energia ha rilevato che ad agosto le esportazioni petrolifere complessive dei Paesi del Golfo erano scese a circa 13 milioni di barili al giorno, quasi la metà del livello precedente alla guerra. Le scorte mondiali, inoltre, hanno continuato a diminuire: dall'inizio del conflitto il calo cumulato ha raggiunto 507 milioni di barili. In questo scenario anche un problema apparentemente circoscritto allo Yemen può quindi trasformarsi in una questione globale.
Arriviamo quindi alla pompa di benzina. Il prezzo del greggio non si trasferisce automaticamente e nello stesso giorno sul carburante venduto ai consumatori, ma quando la materia prima aumenta e contemporaneamente diventano più costosi trasporto, assicurazioni e raffinazione, la pressione finisce per arrivare anche a benzina e gasolio. Per l'Europa il problema è particolarmente delicato proprio sul diesel, ancor più perché la crisi mediorientale sta comprimendo la disponibilità di prodotti raffinati. Lo scorso agosto le esportazioni nette di gasolio e diesel dai Paesi del Golfo erano pari a circa 390 mila barili al giorno, poco più di un quarto del livello precedente alla guerra; insieme alla Russia, le esportazioni di diesel e gasolio erano inferiori di 1,6 milioni di barili al giorno rispetto a febbraio. A complicare ulteriormente il quadro c'è poi l'Arabia Saudita. Riad aveva iniziato a utilizzare maggiormente le proprie infrastrutture alternative per aggirare Hormuz, ma nei giorni scorsi ha chiuso in via precauzionale l'oleodotto East-West dopo attacchi con droni contro infrastrutture nelle regioni di Riyadh e Medina. Attraverso quella condotta erano stati recentemente dirottati circa 4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4% dell'offerta mondiale. È questa la combinazione che tiene in allarme i mercati: Hormuz sotto pressione da una parte, Bab el-Mandeb dall'altra e le infrastrutture saudite nel mezzo.