Il vantaggio economico di possedere un'auto elettrica potrebbe evaporare come neve al sole proprio mentre i governi di mezzo mondo continuano a spingere sulla transizione energetica. Il motivo è semplice: con la progressiva sostituzione delle auto a benzina e diesel, gli Stati rischiano di perdere una parte consistente delle entrate garantite dalle accise sui carburanti. E così, dopo anni di incentivi e agevolazioni, ecco che si fa strada un nuovo modello: tassare direttamente chi guida un'auto elettrica. Nel Regno Unito la svolta è già stata decisa. Dal primo aprile 2028 i proprietari di veicoli completamente elettrici pagheranno una tassa di 3 pence per ogni miglio percorso, pari a circa 2,2 centesimi di euro al chilometro (per le ibride plug-in il prelievo sarà dimezzato). Il nuovo tributo si aggiungerà alla normale tassa di circolazione e dovrebbe garantire al Tesoro britannico circa 1,1 miliardi di sterline nel primo anno, fino ad arrivare a 1,9 miliardi nel 2030-31. Il principio è quello del “pay-per-mile”: più si utilizza l'auto, più si paga. Il sistema serve a compensare la progressiva erosione della fuel duty, l'accisa sulla benzina e sul diesel che oggi rappresenta una fonte fondamentale di gettito. Gli introiti dalla tassa sui carburanti sono infatti destinati a ridursi drasticamente con la diffusione delle elettriche. Il Guardian ha però evidenziato il rischio di un effetto boomerang: rendere più costosa la mobilità elettrica potrebbe convincere una parte degli automobilisti a rimandare l'acquisto di una vettura a batteria.
Il Regno Unito non è un caso isolato. Sistemi di tassazione legati ai chilometri percorsi sono già presenti in Nuova Zelanda e Islanda, mentre negli Stati Uniti alcuni Stati hanno introdotto forme analoghe di road charge. E altri governi stanno studiando come recuperare le entrate perdute con il tramonto dei motori termici. È il paradosso della transizione green: più auto elettriche circolano, meno carburante viene acquistato e quindi meno denaro entra nelle casse pubbliche attraverso le accise. In Francia, per esempio, il problema è stato quantificato in miliardi di euro di mancati introiti nei prossimi decenni. La soluzione potrebbe dunque arrivare attraverso una combinazione di strumenti: tassa sui chilometri, revisione delle esenzioni, imposte legate al peso dei veicoli e maggiore tassazione dell'energia utilizzata per la ricarica. Quest'ultimo punto è particolarmente delicato. Chi ricarica a casa beneficia generalmente di costi inferiori, mentre chi dipende dalle colonnine pubbliche paga spesso molto di più. Certo, come ha spiegato la rivista Tempi non significa necessariamente che l'elettrico smetterà di essere conveniente ma che il conto andrà rifatto considerando non soltanto il prezzo d'acquisto, i consumi e la manutenzione, bensì anche tasse, ricariche e costi indiretti.
Il punto decisivo sarà quindi il ritmo con cui gli Stati introdurranno queste nuove imposte. Londra ha scelto di procedere gradualmente, mantenendo comunque una differenza di costo rispetto alle auto tradizionali: secondo il governo, anche dopo l'introduzione della tassa chilometrica l'elettrico dovrebbe rimanere più economico da utilizzare. Ma il rischio politico è evidente. Se l'automobilista riceve un incentivo per comprare un'auto elettrica e pochi anni dopo si trova a pagare una tassa specifica per utilizzarla, la convenienza percepita diminuisce e la promessa della transizione diventa meno credibile. Allo stesso tempo, il problema dei conti pubblici è reale e non può essere ignorato: se milioni di automobilisti passeranno dall'acquistare benzina al ricaricare batterie, il vecchio sistema fiscale semplicemente non sarà più sostenibile. La vera partita, dunque, rischierà di non essere più tra auto elettriche e auto termiche, ma tra due modelli di tassazione. I governi dovranno trovare il modo di recuperare le entrate perdute senza rendere l'elettrico talmente costoso da frenare la transizione che essi stessi hanno imposto: impresa difficilissima.