Guanto raccolto. Sfida accettata. Controreplica arrivata. Finisce qui? No, perché ci sarà un’ulteriore coda già annunciata. Bisogna, però, andare per step e ricominciare da dove eravamo rimasti. Ossia dal lunghissimo post di risposta del professor Francesco Maria Galassi all’ex comandante del RIS di Parma, Luciano Garofano. Tema scientifico, nodi accademici e, inevitabilmente, livello alto tra i due, con tanto di inevitabile coda di persone più o meno titolate, con un ruolo o senza un ruolo nella vicenda Garlasco, che, per dirla in modo poco scientifico, non c’hanno capito niente. Qualcuno l’ha fatto anche notare, ma certi duelli – ci sta – devono svolgersi su determinati terreni.
Così ieri, proprio mentre il post del professor Galassi sbancava sui social, il generale Luciano Garofano ha abbozzato la sua risposta. Più breve. Meno circostanziata. Ma comunque scegliendo di restare sul campo a giocarla. E a giocarsela. La tentazione di piegare i fatti ai racconti, intorno a Garlasco, c’è ormai da sempre e non risparmia nessuno, e, al di là delle idee e delle posizioni di ognuno, Garofano sembra scegliere di concentrarsi su un unico aspetto della lunghissima replica di Galassi: l’Y. O, meglio, il profilo genetico Y.
L’ex comandante del RIS di parma si sofferma su due aspetti. Il primo è metodologico: trasformare l’ipotesi clinica delle lesioni da difesa — tesi non provata a suo avviso nemmeno dalla BPA — in un’automatica captazione di materiale cellulare dell'aggressore è una forzatura che definisce intollerabile. Un’ipotesi non genera un dato; sommarla al valore probabilistico del DNA significa violare la logica prima ancora della procedura secondo il Garofano pensiero.
Il secondo punto è ancora più scientifico e riguarda l’utilizzabilità del reperto. La comunità scientifica internazionale parla chiaro: un DNA Y misto non possiede alcun modello probabilistico che ne consenta l’interpretazione. Ma a Garlasco, secondo Garofano, il quadro è persino più fragile. Quel profilo derivava da una singola amplificazione — una sola replica, senza riscontri — ed era per di più parziale. In termini tecnici: un dato esposto a errori di amplificazione e a artefatti, privo di consistenza. Non serve evocare scenari di contaminazione quando è la matrice stessa a essere muta. Quel profilo non permette alcuna diagnosi: non include, non esclude. È inutilizzabile.
Accettare un simile reperto, secondo l’ex comandante del RIS e ex consulente di Andrea Sempio, non sarebbe un progresso, ma un errore nel metodo. Significherebbe sdoganare un principio: condannare o assolvere sulla base di tracciati parziali, misti e scientificamente ininterpretabili. Peccato che a Garlasco, purtroppo, sia già successo una volta.