Fermi tutti: il titolo è una provocazione e il provocato, di certo, non è Andrea Sempio. Anzi, il “quasi ex commesso” di Garlasco (innocente fino a prova contraria), semmai, è quello da difendere rispetto alla solita “non serietà” delle narrazioni. Che spostano l’attenzione. Che tendono a “far credere”. Che suppongono invece di raccontare. Mescolando fatti e storie come se fossero collegati, ma senza tenere conto che “mostrificare” è esattamente questo e non certo raccontare di un forum che comunque esisteva, di appunti che comunque sono stati presi e di domande a cui nessuno ha mai voluto rispondere.
Ok, l’isteria su Garlasco – non lo scopriamo certo oggi - ama le coincidenze drammatiche, soprattutto quando servono a confezionare puttanate. Ma ormai l’oltre a cui si sta arrivando è decisamente troppo oltre. Così, l’imminente disoccupazione di Andrea Sempio viene spudoratamente – ma anche in maniera molto poco coraggiosa - spacciata per una sorta di contrapasso etico, una punizione inflitta dalla morale comune a un uomo che forse è stato un assassino. Come sempre, però, la realtà richiede un pizzico di quell’onestà intellettuale che intorno a Garlasco è merce estinta. Il trentottenne commesso pavese, il 31 agosto saluterà il negozio di telefonia in cui è impiegato. La notizia è questa. Punto! Non c’è alcun licenziamento punitivo.
Nessuna cacciata sdegnata dal bancone. Persino nessun riferimento (e in questo caso si sarebbe anche potuto) alle condotte non sempre integerrime di Sempio sul posto di lavoro emerse dalle indagini. Molto più banalmente, il rapporto di lavoro cessa per un ordinario, persino noioso, cambio di gestione commerciale. Insieme a Andrea finiscono a spasso altri suoi colleghi: destini travolti da ciniche dinamiche aziendali, senza che la traccia della suola a pallini o il Dna sui margini ungueali abbiano il minimo ruolo nel bilancio d’esercizio. Insomma: Chiara Poggi c’entra niente. E c’entra niente pure il clamore mediatico.
Anzi, c’è anche altro: la serranda che si abbassa non preclude affatto un nuovo ingaggio con la proprietà subentrante. La porta resta formalmente aperta e è proprio qui che la vicenda svela la sua trama devastante: far credere che Sempio perda il lavoro perché indagato potrebbe, paradossalmente, far sì che il nuovo titolare valuti negativamente la possibilità di riassumerlo, visto che il vero convitato di pietra per la nuova gestione non sarà l'ipotesi di reato stilata dai pm, bensì il circo barnum che l'indagato si porta appresso. Anche perché non sta scritto da nessuna parte che un esercente debba trovare inopportuno che il proprio punto vendita sia meta di curiosi (che poi magari comprano pure) in una vicenda che è già di suo un paradosso di raffinata crudeltà: a travolgere non è l’ipotesi di una colpa penale, ma l'ingombrante rumore che genera quando è forzoso e forzato piuttosto che fisiologico.
Ecco perché in questa vicenda di “Sempio licenziato” la narrazione dominante sta di nuovo fallendo miseramente (con dolo o con colpa?) nello spostare l’asse dal reale nodo umano che si guarda bene dal cogliere. Signori, storpiando la cronaca per vendere novelle artefatte, si liquida con agghiacciante superficialità la condizione di un uomo di trentotto anni che perde l'impiego. Che poi è anche la storia di tanti, troppi! È la fragilità sottile di una precarietà lavorativa ed esistenziale comune a una generazione, qui distorta dalle esigenze di una medianicità che mescola robe non mescolabili. Distinguere rigorosamente i fatti dalle illazioni non significa assolvere né condannare un indiziato. Distinguere significa rifiutare lo schifo di chi scambia un brutale avvicendamento societario per una sentenza sommaria per girasugo e fragoline.