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Delitto di Garlasco: è il 13 agosto, 19 anni fa finiva nell'orrore la vita di Chiara Poggi e cominciava nel marcio questa pessima storia

Emanuele Pieroni

13 agosto 2026

E’ il compleanno di tutto questo schifo: non solo i diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi. Una villetta a Garlasco, indagini disastrose, professionisti imbarazzanti trasformati in rockstar da tivù e una verità processuale che puzza ogni giorno di più. Ah, c’è anche un nuovo indagato, Andrea Sempio, e c’è Alberto Stasi che (insieme a Chiara) per ora è l’unico che ha pagato qualcosa (a prescindere da quello che ha fatto o non fatto). Il caso riaperto? Fare luce su un omicidio servirà a fare luce su una grande verità che non salverà nessuno

Foto di: Ansa e AI

Chiara Poggi è morta diciannove anni fa, il 13 agosto 2007. Ventisei anni, una villetta a schiera, via Pascoli, un pigiama rosa su cui era rimasta una firma fatta scomparire. Il corpo girato su una pozza del suo stesso sangue ha segnato la fine di una vita lanciatissima e l’inizio della farsa. In quella villetta in via Pascoli è stato assassinato, in un solo mattino d’estate, anche l’intero apparato scenografico dell’innocenza provinciale. Diciannove anni sono un lasso di tempo sufficiente a compiere interi cicli scolastici, a assistere al declino e alla nascita di repubbliche, a dimenticare i volti. Con Garlasco che resta lì. Un’ossessione nazionale spinta di cattiveria nella pancia di un Paese che sul delitto ha trovato un pretesto per specchiarsi.

In questa storia – e negarlo sarebbe pura arroganza - non c’è mai stato nulla di pulito. Non lo era la gestione della scena del crimine, compromessa con una leggerezza che in un paese civile avrebbe portato a licenziamenti in tronco anziché a carriere giudiziarie intatte, allure generate e pure eroi creati. Non lo è stata la narrazione, che sul sangue ancora fresco di una ragazza ha edificato il circo della morbosità, trasformando professionisti e periti in capibanda di tifoserie contrapposte. Non lo è stata, soprattutto, l’illusione di aver chiuso il conto consegnando una sentenza di condanna a Alberto Stasi. L’unico che (insieme a Chiara), almeno fino a ora, ha pagato davvero il conto che gli è stato presentato.

Alberto Stasi sta scontando sedici anni. Ha superato i gradi di giudizio, ha collezionato assoluzioni, annullamenti, rinvii, perizie smentite da altre perizie, tracce perse come ci si perde qualcosa che non conta niente, camminate riproposte su tappeti d'aria e biciclette nere che diventano rosse (pure di sangue sui pedali) a seconda delle esigenze. Si può accettare una verità processuale quando questa risponde a un criterio di logica stringente. Quando, invece, si fonda su un'architettura di probabilismo esasperato e tirato per i capelli (biondi e con gli occhi di giaccio) bisogna ammettere che si è davanti a un gran problema. Che non è più “chi ha ucciso Chiara Poggi”, ma chi davvero lavora per la giustizia. Che poi – e nessuno me lo toglie dalla testa – è la ragione vera di una riapertura delle indagini firmata da un magistrato dello spessore (e della carriera) di Fabio Napoleone dopo quasi vent’anni e con un condannato già in carcere. A prescindere, sia chiaro, da Andrea Sempio e da tutto quello che potrà o non potrà venire fuori ancora. Insomma: la “giustizia per Chiara” è, in verità, un mettere a posto le cose. Rispetto al tempo. Rispetto alla verità. Rispetto alla coscienza. Rispetto a un Paese che ha dovuto bersi di tutto pur di non chiedersi se la sua giustizia sa essere giusta veramente. E, eventualmente, pure a chi è stata in mano. E come ha funzionato.

 

La villetta della famiglia Poggi a Garlasco
La villetta di Via Pascoli

Il marcio non sta soltanto nelle provette contaminate o nei verbali redatti con l’approssimazione di un appunto lasciato su un tavolino. Il marcio sta nella pretesa – ancora ostentata - di aver risolto il caso Garlasco senza aver spiegato il perché, senza aver individuato la traccia decisiva, senza aver restituito a chi non c'è più nemmeno la dignità di un motivo. Sta nell'ostinazione con cui si continua a rifiutare ogni dubbio, come se ammettere un errore investigativo significasse far crollare l'intero sistema giudiziario. Forse perché potrebbe significare questo davvero? Garlasco è diventato un modello culturale. L'archetipo dell’involuzione della giustizia italiana passata dal rigore delle toghe e delle divise a improbabili look da Sbirulino esibiti in prima serata. Con il contorno delle colpevolezze a furor di popolo, dei tecnicismi ostentati per coprire vuoti d'indagine desolanti, personaggi imbarazzanti, cultura inesistente e disprezzo totale per tutto ciò che smentisce la propria ipotesi.

Oggi si parla ancora di reperti perduti, di DNA degradato, di impronte mai rilevate sulla scala del seminterrato. Ma se la verità fosse che non ci si voleva arrivare allora e non ci si potrà arrivare adesso? C'era una risposta da dare e quella risposta è stata data. Confezionata. Sigillata. E ora difesa come si difende l’indifendibile. Ecco, diciannove anni dopo siamo esattamente alla stessa domanda di diciannove anni fa: che diavolo è successo in quella villetta? Solo che ora, purtroppo, sono successe diciannove anni di assurdità in più. Tutto il resto — le comparse in tv, i libri di memoria, i periti rockstar, le sentenze abbarbicate — appartiene al degrado di un sistema che non sa ammettere di poter sbagliare. Forse per non rendere evidente d’essere stato pure molto poco pulito. Una triste storia, sì. Che continua a fare male proprio perché non è mai finita. E probabilmente non finirà…

Alberto Stasi
Alberto Stasi

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