Lo volevamo sentire per una ragione mondana, per nulla trascendente; pratica e niente affatto metafisica. Carlo Freccero è stato intervistato dal Quotidiano Nazionale sul caso di Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola. Cosa avrebbe fatto, Freccero, se fosse stato dirigente: “Difenderei Ranucci così come ho fatto in passato con Santoro e tutti gli altri conduttori che rappresentano il brand del programma”. Il titolo, però, è inclinato diversamente. Non tanto perché, sempre secondo Freccero, Ranucci non abbia responsabilità nel caos, quanto piuttosto se prendiamo il titolo che, nel cuore della notte, era stato fatto: prima “L’identità di Rai Tre vive grazie a Report”, ora “Quel rapporto tra i due danneggia il programma”. Freccero dice entrambe le cose nell’intervista, ma spingere su una o l’altra nel titolo cambia tutto: percezione, intenzione (presunta), schieramento dell’interlocutore. Lo chiamiamo, quindi, per chiedere cosa pensa di questa modifica e per fargli qualche altra domanda su Ranucci e Lavitola: come valuta la reazione dei giornali, dei colleghi di destra e sinistra; se per aver peccato di vanità Ranucci si merita tutto questo; se invece la condivisione di informazioni interne è una leggerezza che il conduttore non doveva permettersi. “Sto scrivendo un pezzo. Un pezzo sull’importanza del giornalismo online rispetto a quello cartaceo. Quindi, per favore, mi lasci continuare, perché è importante”. L’articolo è uscito su Dagospia già oggi. Quando lo richiamiamo conferma quanto notato sul titolo: “Sì, confermo che è successo”. Non traspare sorpresa dalle sue parole.
Prima di chiudere la chiamata, però, qualcosa ce lo dice comunque: “La cosa che emerge dal fascicolo del gip non è tanto il discorso su Ranucci e Lavitola, quanto il coinvolgimento dei giornalisti cartacei. Mi sembra che il giornalismo online sia molto più efficace, più vero di quello cartaceo”. È la stessa cosa che infatti ribadirà nel pezzo. Nell’intervista al Quotidiano Nazionale aveva comunque chiarito la sua posizione: “Ranucci ha commesso un errore difendendo con forza Lavitola. Anche se nessuno pensa che abbia collaborato all’attentato nei suoi confronti, una difesa così strenua di una persona sotto inchiesta suggerisce una sorta di dipendenza quantomeno intellettuale. La mia paura è che l’identificazione di Report con la figura di Lavitola finisca per trascinare con sé il programma, danneggiando il lavoro della redazione”. E ancora: “Ranucci non c’entra nulla. Si farà, come giusto, l’audit, ma la sua unica colpa è essere amico di Lavitola”. Sempre nell’intervista ha lanciato la proposta: “Suggerirei un’operazione di estrema trasparenza: un numero di Report dedicato proprio al ‘caso Report’”. La stessa fatta (con toni diversi) da Tommaso Cerno: qui una proposta per tutelare una redazione, lì una sfida lanciata al rivale mediatico; tentiamo di chiedergli quando potrebbe liberarsi per chiudere l’intervista: “Devo fare questo pezzo teorico”. Butta giù. Non ci sentiremo a breve.