Quanto è cambiato in così poco tempo. Solo tre giorni fa Valter Lavitola ci telefonava, era ancora un uomo libero, indagato sì, ma continuava ad urlare la sua innocenza. Era a Roma, gestiva quello che era rimasto della sua vita, il ristorante, i casini giudiziari, quelli giornalistici, ci aveva chiamato proprio a proposito di un articolo che stavamo preparando su di lui (l'intervista al suo socio in Africa Benjamin Chimutengo, che ha svelato alcuni importanti dettagli sul business del carbon credit di Lavitola). Bene oggi, tre giorni dopo, è cambiato tutto. Valter Lavitola è in carcere da lunedì, e da ieri è il reo confesso mandante della bomba sotto casa del suo "amico" Sigfrido Ranucci. E allora ci tocca tornare indietro, e rileggere l'apologia di un uomo che solo poco tempo dopo si è confessato colpevole. Perché se già ieri abbiamo parlato di messaggi fra le righe, oggi i messaggi diventano accuse, indizi e strade da percorrere.
Valter Lavitola ha confessato, non solo, per quanto ne sappiamo ha sposato appieno la tesi accusatoria. Quella della “bomba d'amore”, l'esplosione amichevole anzi, sarebbe da dire addirittura protettiva, nei confronti di Ranucci. “Dice di averlo fatto per tutelare la incolumità di Ranucci che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo e fargli innalzare la scorta” ha detto il suo avvocato Sergio Cola al termine dell'interrogatorio di garanzia. E non può non tornarci in mente quella frase dell'intervista, che pochi giorni fa sembrava una difesa e che oggi si è già trasformata nella più infamante delle accuse: “Se l'ha fatto Gomes, vuol dire che l'ho fatta fare io; e se l'ho fatta fare io, vuol dire che l'ho fatto d'accordo con Sigfrido” ci aveva detto, precisando poi: "Perché non vado certo a fare un favore a Sigfrido senza dirglielo. E se ipotizziamo che io voglia fare un favore a Sigfrido, questo favore deve avere una finalità". E proprio a proposito della presunta complicità di Ranucci, fuori dal tribunale l'avvocato Cola si è irrigidito: “No no no, non dico assolutamente altro. Ho detto a voi quello potevo dirvi”.
È la plastica dimostrazione di quello che abbiamo scritto ieri: Lavitola sta affondando e ha afferrato Ranucci per la caviglia. Lo vuole portare sul fondo, altro che protezione, non a caso nell'intervista diceva anche: “Il movente? È chiaro, togliersi Sigfrido di torno”.
Ora invece appoggia la “bomba protettiva”, ma dobbiamo davvero crederci? Del resto ormai Valter Lavitola abbiamo imparato a conoscerlo in tutte le sue mille facce, camaleontico, fluido nel suo modo di entrare dove vuole e quando vuole. Parliamo di uno che ha messo una bomba sotto casa del suo “amico”, ma anche di uno che al telefono mentre ci lisciava al contempo ci minacciava di querele milionarie. Parliamo soprattutto di uno che capro espiatorio lo è per vocazione dell'alba delle sua carriera. Si prende le sue colpe, si dilegua per un po' e torna con i suoi affari. Lo ha fatto con Fini, Berlusconi, che lo stia facendo anche con Ranucci? Cosa si nasconde dietro questa sbrigativa confessione? Cosa si cela dietro quelle cinque ore di interrogatorio da cui sono uscite una manciata di frasi? E, soprattutto, in questa storia dove è vero tutto e il contrario di tutto, di cosa e di chi dobbiamo fidarci?