Caro direttore, ti scriviamo questa lettera per amore del giornalismo, del nostro mestiere, che in una redazione come MOW spesso significa farlo partendo da un compenso modesto, con grandi sacrifici e senza alcun appoggio politico, e lo facciamo oggi perché tu hai finalmente deciso di esporti e raccontare ciò che andava raccontato dalla tua tastiera: la relazione tra te e Valter Lavitola, tra l'attuale direttore di un giornale che ha segnato la storia del giornalismo in questo Paese, Repubblica, e un personaggio alquanto ambiguo che aveva bisogno di un sondaggio. Ricapitoliamo. Il 10 luglio viene fuori che Lavitola aveva commissionato un sondaggio sul gradimento politico di Sigfrido Ranucci e che due noti giornalisti avevano aiutato a redigere. I nomi li pubblicano Il Fatto Quotidiano e Il Giornale: tu, Stefano Cappellini, e Paolo Mieli, il Maestro Venerabile della carta stampata, colui che - si diceva - aveva messo la minigonna al Corriere della sera. Da lì in poi sia tu sia Mieli vi siete sbrigativamente affrettati a minimizzare la vicenda come una leggerezza, come qualcosa fatto così per piacere. E ieri, finalmente, il giorno prima di Ferragosto, con l’Italia soffocata dal caldo e con i giornali riempiti dai due nomi, Ranucci e Lavitola, dopo oltre un mese (non rilasciavi dichiarazioni pubbliche a questo proposito da quel 10 luglio), hai scritto un articolo lunghissimo (dalla prima pagina continuava in tutta pagina 5) dove hai spiegato com'è andata. Ma permettici qualche domanda che, sia per il tuo ruolo, sia - ripetiamo - per amor del giornalismo noi redazione di MOW ti dobbiamo.
È un pezzo che “rimette in fila un po’ di fatti”, riprende in mano la narrazione che altrimenti avrebbero fatto (e in effetti hanno fatto) altri. L’articolo parla del “mestiere di giornalista”, come si capisce dal titolo, racconta tutta la sequenza di eventi che precede l’arresto di Valterino e la diffusione dell’ordinanza. Cappellini parte dal primo incontro con Lavitola nell’agosto del 2023 a cena (quasi tutto accade con le gambe sotto al tavolo, in questa storia) e dalla conversazione sulla villa a Montecarlo lasciata in eredità all’Msi e poi finita in una società che aveva tra gli investitori il cognato di Gianfranco Fini. Nel tempo del racconto, Lavitola era alla corte di Silvio Berlusconi. Il secondo incontro tra Cappellini e Valter avviene nel 2024, più canonicamente per un’intervista (sempre sulla villa del cognato di Fini), mentre il terzo è quello interessante per il caso di cui stiamo parlando: a febbraio 2026 Lavitola chiama Cappellini e gli dice che c’è una “persona di grande levatura e popolarità” stuzzicata dall’idea di scendere in campo. C’è interesse da parte del “tizio”. Solo interesse per una possibile avventura politica. Lavitola assicura che si tratta di un profilo da vertice assoluto: da candidato premier. Il nome forte del campo largo ancora non c’è, l’opposizione si muove incerta. C’è spazio per una figura inedita. A fine mese Lavitola invita Cappellini al Cefalù e dopo qualche chiacchiera sulla situazione politica italiana tira fuori il vero motivo dell’incontro. Serve un sondaggio italiano a rafforzare il sorprendente risultato del monitoraggio americano, “sulla cui esistenza effettiva non scommetterei un euro”, che certifichi il potenziale di “Mister X”. Cappellini aiuterà quindi Lavitola nella realizzazione della griglia dei quesiti. “Me ne vado dal ristorante chiedendomi, senza risposta certa, se si tratti di una pista buona o di una bufala”, scrive il direttore di Repubblica. Incertezza a cui Lavitola, convincente come sempre, dà sollievo: “Vedrai che avrai una sorpresa che vale la rottura di palle”. In fondo, “per provare a mettere le mani su una possibile notizia, è uno sforzo trascurabile oltre che una innocua cortesia. E per le cortesie non si controlla il casellario”. Il 9 giugno il sondaggio è pronto, salvo “due punti da correggere o integrare”. La necessità dell’ultimo ritocco, rivela Lavitola, è stata segnalata da Ranucci. “Quando puoi farmi il nome?”, spinge Cappellini. “Sigfrido Ranucci. Volevo farlo solo dopo il sondaggio”, risponde l’altro. “Sono curioso di vedere i dati”, dice ancora Cappellini, “ma contro Schlein e Conte non può prevalere”. Nemmeno se Romano Prodi (altro tema della conversazione) “punta a far saltare le primarie”. Quest’ultimo scambio convince Cappellini a non scrivere nulla: “Non è una cosa seria. Non torna la storia del sondaggio americano, non torna quella del sondaggio italiano, il candidato alla premiership non è plausibile e la fonte non attendibile. Per questo, dopo un minimo approfondimento, non scriviamo nulla. E meno male. Perché oggi un pezzo su Ranucci candidato sarebbe stato strumentalizzato dai molti sciacalli in circolazione come un tassello di complicità con il disegno di Lavitola”. Ed è qui che ci permettiamo la domanda.
Perché, è bene ricordarlo, Ranucci è Lavitola erano stati beccati insieme nel ristorante di Monteverde Vecchio nel 2023, foto pubblicata dal Riformista. Quindi che Lavitola, con tutta la sua storia alle spalle, le condanne per tentata estorsione e il patteggiamento per appropriazione indebita di oltre 20 milioni di euro di fondi pubblici per L’Avanti!, lanciasse un sondaggio su Ranucci, il giornalista più importante d'Italia, eccome se lo era una notizia, anche se tu la ritenevi una bufala. E il giornalista le notizia, di base, le pubblica. Anche perché (e due) l'attualità di quei giorni verteva proprio sulle ipotesi relative alla pista che portava a Lavitola e il 30 giugno vengono arrestati i quattro delinquenti ed esecutori in odor di Camorra. Quindi aver vissuto ‘sta storia in prima persona era meritevole di un articolo. Era a suo modo uno scoop. E invece no, il silenzio continua.
Oltretutto nel racconto che fai viene fuori che di notizia ce n'era pure un’altra, emersa dalla conversazione del 7 luglio. All’1.34 del mattino Lavitola, a quel punto indagato, scrive: “Credo che dopo l'interrogatorio mi arresteranno. (...) Spero molto che l'aver intrattenuto rapporti con me non ti venga a pregiudicare, anche se dato il tuo spessore mi sembrerebbe difficile, a meno che non decidessi di chiedermi di fare un attentato anche a te”. Gioca come sempre con le parole il proprietario del Cefalù. Nasconde intenzioni e suggerisce comunioni di intenti. “Chiedermi di fare un attentato anche a te”. Cappellini ovviamente coglie la sfumatura: “Rileggendo bene il messaggio devo chiedertelo: sbaglio o mi hai scritto che Ranucci ti ha chiesto di fargli l'attentato?”. Macché. Lavitola cambia di nuovo tono: “Stai scherzando? Ti volevo dire che se mi vuoi come attentatore io ormai sono noto”. Un’altra frase ambigua. Un’altra notizia. In un momento iper delicato. Lavitola ha appena cercato di “smerdare” Ranucci e tu fai finta di niente, cioè non pubblichi. Probabilmente il motivo è lo stesso: non essere strumentalizzato. Perché sì, Lavitola forse già allora stava cercando di giocare di sponda con un giornale autorevole per rilanciare il teorema del piano concordato con Ranucci, ma non era questa stessa una notizia? Altra spiegazione, la stessa che ti ha portato a non pubblicare la prima notizia: evitare che gli sciacalli si lanciassero su Ranucci, già pesantemente esposto per questa storia. Ma ancora una volta: il giornalista le notizia le pubblica. E se proprio uno voleva evitare lo sciacallaggio verso Ranucci, poteva pubblicare la cosa denunciandola, gridando alla vergogna. In ogni caso non pubblicare ancora niente è legittimo. Comprensibile. Ma discutibile. Quindi permettici qualche domanda, che poi in realtà è una sola: perché tra pubblicare e non pubblicare evidenti notizie, in momenti in cui quelle notizie potevano avere grande rilevanza, hai scelto gli alibi per non farlo? Con grande stima.