Dobbiamo seguire i soldi. Valter Lavitola ha confermato la “bomba d’amore”, ha rigettato il movente politico e si è addossato, per ora, tutte le colpe. Sigfrido Ranucci? Il suo avvocato, Roberto De Vita, non ha ancora rilasciato una nuova dichiarazione dopo la confessione di Lavitola. Ma i soldi cosa ci dicono? Il budget stimato per compiere l’azione è basso, tra i 5mila e i 10mila euro (sono queste le cifre di cui parlano gli attentatori mentre sono intercettati), comprensivo di esplosivo, noleggio dell’auto usata come base logistica e compensi per gli esecutori. Questi sono Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis, tutti campani. Secondo l’accusa, il commando partì dalla Campania su una Fiat 500 a noleggio e piazzò davanti alla casa di Ranucci un ordigno con gelatina di cava. L’esplosione, il 16 ottobre 2025 a Pomezia, distrusse due auto del giornalista e danneggiò il muro di cinta. Quattro spicci per un'operazione ad alto rischio. Uno degli arrestati sarebbe addirittura rientrato in treno per risparmiare sul carburante. Pochi euro per un’azione così pesante? Di tutt’altro tenore, invece, gli affari che riguardano il carbon credit. Parliamo di decine di milioni. Quindi: follow the money. L'impressione, guardando più a fondo nella voragine aperta dalla gelatina a Pomezia, è di essere di fronte a un buco nero. Un passaggio che porta drittp in Africa, transitando dalla Campania. Basta seguire il filo conduttore: i soldi, appunto.
Follow the money
Ed è per questo che Benjamin Chimutengo, imprenditore dello Zimbabwe ed ex socio di Lavitola, è un personaggio fondamentale. Nell’intervista che ci ha rilasciato ha ricostruito una partnership avviata nel 2022 e sviluppata tra Zimbabwe, Sudafrica e Camerun: dai safari e dalla caccia fino, appunto, ai progetti di carbon credit. Nello stesso racconto compare Clesio Gomes Tavares, il factotum di Lavitola oggi ricercato per l’attentato, presentato a Chimutengo come referente del progetto in Camerun e uomo legato alla sicurezza personale dell’imprenditore italiano. Chimutengo sostiene di aver trasferito più volte somme comprese tra 25mila e 35mila euro, indicate come necessarie allo sviluppo dei progetti sul carbonio e al pagamento di imposte locali. Dopo aver chiesto conto della reale destinazione di quei fondi, riferisce di essere arrivato a far congelare i conti correnti in Sudafrica, sospettando un possibile riciclaggio di denaro attraverso lo schema dei crediti di carbonio. Lavitola, dal canto suo, ha respinto la ricostruzione parlando di un progetto ormai naufragato e avvertendo, in modo tutt’altro che velato, che chi oggi gestisce quella società potrebbe rivalersi con una richiesta danni fino a 70-100 milioni di euro. Una cifra che darebbe la misura di quanto in ballo, in quel business, ci fosse molto più dei pochi bonifici contestati da Chimutengo.
Il business del carbon credit
Tutto gira intorno al business del carbon credit, tutti ne parlano in pochi lo capiscono. Un certificato che rappresenta una tonnellata di anidride carbonica non emessa o rimossa dall’atmosfera. Chi genera questi crediti (spesso governi o aziende in Paesi del Sud del mondo, ricchi di foreste o terreni da proteggere) può venderli sul mercato volontario a imprese o privati che vogliono “compensare” le proprie emissioni. È un settore in forte espansione ma scarsamente regolamentato, con controlli spesso deboli sulla reale esistenza e sull’efficacia dei progetti dichiarati. Caratteristiche che lo rendono terreno fertile per frodi e a schemi di riciclaggio, dato che i flussi di denaro attraversano più giurisdizioni e la tracciabilità dei fondi non è sempre verificabile.
Insomma, tra Harare, Johannesburg, Nola e Pomezia, c’è una sproporzione: i soldi impiegati per l’attentato sono pochi, quelli probabilmente investiti nel business dei carbon credit molti di più. Migliaia di euro contro decine di milioni. E forse la bomba è stata solo l’innesco che ha fatto esplodere qualcos’altro, molto più grande. E che ora rischia di venire a galla.