Quando il gioco si fa duro, Guido Crosetto comincia a giocare. Per fermare l’avanzata del generale Roberto Vannacci, l’eminenza pesante della Difesa decide di sguinzagliare le truppe scelte: affidando la linea di fuoco al tenente colonnello Gianfranco Paglia. Medaglia d’Oro al Valor Militare, figura di spessore indiscusso, ferito in combattimento e autentico simbolo di dedizione alla Repubblica. La destra istituzionale, preoccupata dall’idea di vedere i propri voti migrare verso il nuovo polo dell’hardcore popul-nazionalista, prova a erigere dighe morali con una mossa autorizzata dai piani alti. Ovvero si compie il grande classico della conservazione: si chiama un vero eroe per fare la guerra a un generale dotato di autotune che si atteggia a integerrimo esemplare alfa tutto d'un pezzo dedito alla cosiddetta Patria. Chi è più inattaccabile del tenente colonnello Gianfranco Paglia? Lo dice un eroe vero, mica una zecca come noi. Paglia, con la schiettezza di chi ha sempre obbedito e servito i galloni in silenzio, ha tenuto a precisare: “Io personalmente non ho niente contro Vannacci. Ma sono stato autorizzato da Crosetto a spiegare che la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne in uniforme non la pensa come lui”. Già questa esternazione, pesantemente telecomandata, mette in evidenza che a tremare davanti al pericolo Vannacci sono i coinquilini della destra di palazzo: la stessa classe dirigente governativa, saldamente incollata alle poltrone e sempre più afflitta dall’antica passione della politica italiana per il potere e il nepotismo.
Cera una volta il mondo al contrario, oggi è un conto alla rovescia in cui a rischio ci sono le certezze. Il termometro della paura ha superato ogni livello di guardia: Melonia City si scopre fragile, si sente assediata dal fantasma di una fuga di consensi verso chi sta, appunto, a destra della destra. Ovvero il Frankenstein vannacciano che essa stessa un tempo ha accolto e nutrito, tollerando derive antidemocratiche e ammiccamenti imbarazzanti, pur di raccattare qualche decimale nei sondaggi. Siamo di fronte a una contesa condominiale tra correnti e capibastone della destra di ieri e quella del Futuro Nazionale. Fermo restando che l'intervento del tenente colonnello Paglia è ineccepibile: ha ricordato a tutti noi che chi porta la divisa serve il paese, esentandosi da ossessioni identitarie, da uscite sui gusti sessuali e sui tratti somatici degli italiani o dalle discutibili proposte di classi differenziate per i disabili. La reazione non si è fatta attendere. I vannacciani sono già in subbuglio sui social, sberleffando il tenente colonnello colpevole di non allinearsi e di essere uno del Pd. L’epidemia si diffonde, soprattutto parlando male di Vannacci: una sorta di film sugli zombie in cui una persona che ti sembrava pacata e ragionevole, all’improvviso sbotta che Vannacci ha ragione; e capisci che anche quella persona è stata morsa e trasformata in un'indefessa creatura che scrive in maiuscolo su Facebook e che magari inizia a disprezzarti in quanto bolscevico col Rolex d’oro. Un esercito di moderni trinariciuti che definiscono sinistri chiunque osi avanzare il minimo dubbio sulla sacralità del loro leader in mimetica. Una prigione mentale in cui il contraddittorio democratico non esiste più: chiunque non osanni il loro marmittone diventa automaticamente nemico della Patria.
Eppure Vannacci neanche esisteva. Ricordiamoci di ringraziare il quotidiano dell’illuminata sinistra, Repubblica, se oggi parliamo così tanto e troppo di lui, delle sue retoriche vetero-nazionaliste e nostalgie da Istituto Luce. Su quella testata c'è stato il battesimo mediatico che ha reso best-seller quel suo prontuario di saggezza identitaria, demonizzandolo e spiattellandone in prima pagina titolo e autore. Una macchina del fango al contrario in cui l'indignazione progressista ha finito per fare da ufficio stampa gratuito all’estrema destra più pop, regalando al generale l'aura da martire della libertà di espressione che i suoi fan ancora adorano.
Uno spettacolo tragicomico che continua a nutrirsi dei suoi stessi attori. E alla fine, a raddrizzare lo specchio di questa farsa, ci ha dovuto pensare Guido Crosetto: il ministro stratega che sta cercando di manovrare verso strade più sicure un centrodestra incapace di fare i conti con i propri mostri e ostaggio di una mutazione genetica che lo sta minando dalle periferie del regno.