Affare fatto. I Los Angeles Lakers sono stati venduti a Josh Kushner, fratello del genero di Donald Trump, Jared Kushner, e Bob Iger per 12,5 miliardi di dollari. I due uomini d'affari, coinvolti nel processo di espansione a Las Vegas, hanno improvvisamente presentato un’offerta sbalorditiva per acquistare la celebre franchigia dell’Nba da Mark Walter. "Come fan della Nba per tutta la vita siamo profondamente onorati per l'opportunità di diventare amministratori dei Los Angeles Lakers, una delle franchigie sportive più iconiche al mondo. Abbiamo un immenso rispetto per la leadership e la visione di Jerry e Jeanie Buss", hanno fatto sapere Kushner e Iger in una dichiarazione. "Il nostro impegno a lungo termine è quello di costruire su quella base, competere al più alto livello e servire questa straordinaria squadra, i suoi fan e la città di Los Angeles", hanno quindi proseguito. Potrebbe trattarsi di una semplice notizia sportiva. Invece no, perché Kushner é direttamente legato a Trump. Joshua Kushner, 41 anni, ha fondato la società di venture capital Thrive Capital ed è cofondatore e vicepresidente di Oscar Health. Gestisce inoltre - attenzione bene - Thrive Eternal, il fondo di investimento a cui la Fifa voleva vendere una quota di minoranza per gestire i suoi tornei della Coppa del Mondo per 4,2 miliardi di dollari. Questa, almeno, è la proposta messa sul tavolo dall’attuale presidente della Fifa, Gianni Infantino, salvo poi ritirare l’idea in seguito alle numerose polemiche generate.
Kushner, Infantino, Trump. Tutto ci porta più o meno direttamente al tycoon, che sta evidentemente sempre più puntando sullo sport come nuovo motore del suo immenso impero economico. Ma per quale ragione? La prima e più intuitiva é che lo sport è in grado di lavare l’immagine dei “cattivi” ma anche di fungere da strumento di soft power. La seconda è che può generare affari d’oro. Trump vuole entrambe le cose e, per riuscire nell’impresa, sta facendo leva su Infantino, su Kushner (che detiene una partecipazione di minoranza nei Miami Heat e che in precedenza era proprietario di minoranza dei Memphis Grizzlies) e pure su Paolo Zampolli, suo inviato speciale (lo stesso che agli ultimi Mondiali aveva proposto di far partecipare l’Italia al posto dell’Iran).
Il punto, forse, è che Trump non sta semplicemente entrando nel business dello sport: sta costruendo una rete di potere attorno allo sport. Dai Kushner a Infantino, da Dana White alla galassia Ufc-Wwe, fino ai grandi eventi globali come il Mondiale 2026 e le Olimpiadi di Los Angeles, emerge un sistema di alleanze che usa lo sport come piattaforma di consenso, influenza e affari. Negli Stati Uniti c’è già chi denuncia il rischio di una spettacolarizzazione politica dello sport: dopo i recenti “Patriot Games”, c’è chi ha parlato apertamente di sport utilizzato come strumento di propaganda, evocando persino il modello di Vladimir Putin. Al di là delle polemiche, il fatto politico resta. Per Trump lo sport sembra essere diventato molto più di un passatempo o di un investimento: un sistema per produrre legittimazione culturale, soft power internazionale e rendimenti economici miliardari. La vendita dei Lakers a Josh Kushner, in questo quadro, non appare come un episodio isolato, ma come un altro tassello della strategia con cui il trumpismo prova a occupare uno dei pochi spazi rimasto ancora libero.