Come tutte le mosse politiche più disgraziate, anche quella di Gianni Infantino è arrivata in piena estate. Il Mondiale era già finito, portato a casa nonostante tutto. E il tutto, in questa edizione, non è stato cosa da poco. Il riflesso delle guerre e l’affinità con Donald Trump hanno causato un contraccolpo sulla percezione generale della Fifa. La neutralità, trincerata dietro ai valori proposti dell’inclusività e dell’amicizia tra i popoli attraverso il calcio, è stata messa in discussione come mai prima. Ma Infantino, tra un jet privato e la presenza costante su ogni tribuna, è arrivato in fondo. Abbastanza energico da trovare lo slancio per l’altra proposta: vendere un pezzo di Fifa a dei privati. Solo una proposta ha detto il presidente, da valutare insieme alle 211 parti che compongono la massima istituzione calcistica. La Uefa ha detto subito no, Aleksander Ceferin del resto è il vero nemico. Ma con lui sono anche la Concacaf, la Afc. Meno netta la posizione delle federazioni africane. Anzi, Infantino proprio a Rabat ha cercato rifugio politico: secondo il Times, avrebbe promesso la finale del Mondiale 2030 al Marocco in cambio di sostegno.
Nel frattempo, sono arrivate le scuse da parte della Fifa relative al lancio della proposta di cessione del 20% dell’apparato commerciale, un processo che “avrebbe dovuto essere gestito diversamente. È stato inoltre riconosciuto che sono stati commessi errori anche dopo che la proposta è trapelata ai media. In una lettera separata al Consiglio della Fifa e alle associazioni membri della Fifa, sono state presentate delle scuse per questi errori, impegnandosi a garantire che non si ripetano. Verrà ora condotta una revisione e un rapporto sarà presentato al Consiglio Fifa nella prossima riunione prevista”. Una nota ufficiale che fa da compendio alle foto postate su Instagram da Infantino, seduto al fianco del segretario generale della Fifa, Mattias Grafström, anche lui critico ma comunque fedele, nell’ora più buia, al suo presidente: pieno sostegno, suo e del Consiglio Direttivo. Il regno di Infantino resta in piedi. Anche stavolta, nonostante tutto.
Restituisce i pugni, Infantino. Dice che non saranno tollerati ulteriori attacchi all’integrità della Fifa. Forse si riferisce ai giornali che lo hanno criticato? A chi ha collegato i viaggi nelle missioni diplomatiche di Donald Trump, il Premio per la Pace Fifa e l’accoglienza alla Casa Bianca del principe saudita bin Salman (Aramco, tra i più grandi inquinatori del mondo, è stato sponsor della Coppa del Mondo apparentemente “green”) a una volontà di potenza che straborda dai confini sportivi? Giorni turbolenti, quelli del presidente. Il Guardian ha tirato fuori una notizia: esisterebbe un documento da cui emergerebbe la volontà di Infantino di sostenere il progetto della Superlega, costruendo una partnership lunga 12 anni, compreso il Mondiale per Club (competizione poi fatta partire lo stesso). Una rivelazione che fa eco all’inchiesta del New York Times: in quel caso, la Fifa pare fosse pronta a fornire supporto ai club aderenti per eventuali cause o pendenze. Un volto pubblico e un altro subdolo. Dai giornali questo traspare. Il 2027 è anno di elezioni: candidati per ora, oltre a Infantino, concretamente non si sono fatti avanti. Al-Khelaifi, presidente del Psg, o lo stesso Ceferin? Manca ancora del tempo. Ma se da politico vuole essere trattato (perché, altrimenti, avvicinarsi così a Trump? Perché tentare la scenetta della stretta di mano tra i presidenti delle Federazioni israeliana e palestinese?) allora c’è da fare una domanda al presidente Fifa: il dissenso larghissimo e la rinuncia (impaurita) al Fifa Forward Entreprise non bastano per le dimissioni?