Voleva essere un pacificatore, Gianni Infantino. Il “king of soccer”, come lo chiama il suo amico Paolo Zampolli, sul palco del congresso di Vancouver ha fallito nel tentativo di unire Jibril Rajoub, della Federcalcio palestinese, e un esponente del calcio israeliano, Basim Sheikh Suliman. I due, inevitabilmente, non si stringono la mano nonostante il buon cuore di Infantino. Una pessima figura per il presidente Fifa, che da tempo agisce più da diplomatico che da leader di un’istituzione calcistica. Fedelissimo di Donald Trump, mente dietro al “Premio della pace Fifa”, al seguito del presidente Usa nei giorni di Sharm El-Sheikh e l’accordo per la “tregua” a Gaza, poi sempre a fianco del Potus a Washington all’arrivo del principe saudita bin Salman. Ma su Israele la posizione è moderatissima: niente sanzioni, nessuna esclusione, nemmeno per le squadre locate negli insediamenti in Cisgiordania. Fregandosene, di fatto, della sentenza della Corte internazionale nella quale si dice senza ambiguità che quegli insediamenti sono illegali; e fregandosene del regolamento dell’istituzione che presiede. Israele doveva essere escluso dalle competizioni internazionali. Non basta la propaganda trumpiana e lo spalleggiamento di Infantino a cancellare quanto sta accadendo. In Italia, invece, dei timidi segnali di “soft power” li avevamo visti nei gironi scorsi, quando Zampolli aveva fatto sapere che avrebbe interceduto a nostro favore con Trump e Infantino per mandare gli azzurri al Mondiale. L’ennesima umiliazione per una Nazionale a pezzi come la nostra.
Al congresso Fifa in Canada Infantino ha cancellato ogni speranza per noi che non entreremo: “Certo, l’Iran parteciperà alla Coppa del Mondo Fifa 2026 e, naturalmente, giocherà negli Stati Uniti d’America. E il motivo è molto semplice, cari amici: dobbiamo unire, dobbiamo avvicinare le persone”. Donald Trump poco dopo ha aggiunto: “Gianni è fantastico e se lo ha detto lui credo che si debba lasciarli giocare”. Se lo dice Gianni no problem: la geopolitica passa anche dal soccer. Cari amici palestinesi e israeliani, perché non stringersi la mano? Infantino voleva passare alla storia, trasformarsi nel Bill Clinton di questo secolo, che nel 1993 fece incontrare Rabin e Arafat nel giardino della Casa Bianca per la firma degli accordi di Oslo, e restituire al mondo un’immagine potente: grazie al calcio, Israele e Palestina si scambiano un segno di pace. Gli eventi superano la volontà. Il genocidio va avanti silenzioso e il Mondiale più controverso di sempre si avvicina.